℞. Radici di calamo aromatico, noce moscata, ana dram. 1; garofani, benzoino, ana mez. dram; foglie di menta dram. 2. Polverizzato il tutto sottilmente, aggiungi onc. 3 o 4 di mollica di pane, e aceto rosato quanto basta, e fanne pasta, che stesa sopra una pezza, e scaldata, applicherai alla regione del ventricolo.
Il Sennerto, citando la sua sperienza, scrive che a comprimere la voglia del vomitare è rimedio quasi miracoloso il dare una dramma di sale di assenzio in un cucchiajo di sugo fresco di limoni. Altri danno del vino bianco con entro polvere di cannella e di noce moscata caldissimo all’infermo, e il fanno alquanto dormire. Per rimettere l’appetito del cibo consigliano altri lo spirito dolce di sale e l’elisire di proprietà. Così vien creduto che conforti assai l’olio di scorpioni del Mattiuolo o del Granduca, per tacere altri rimedi.
Alla gran siccità della lingua molte abluzioni sono prescritte dai medici. S’è osservato che la migliore di tutte è l’acqua semplice. Il mischiarvi aceto fa che dopo essersi sciacquato ritorni la sete e la siccità più molesta di prima. Non occorre sperar rimedio agli spessi starnuti, nè al singhiozzo nella peste, perchè questi sono irritazioni convulsive, e segni allora di morte imminente ed inesorabile; e poco ci manca a poter dire lo stesso delle orine grosse, oleose e nericce. Rarissime volte ancora accade che in tempi tali si freni lo sputo del sangue, o il suo flusso per le parti d’abbasso, cagionato probabilmente dai sali corrosivi della peste, che aprono le bocche dei vasi, e sfibrano, e disciolgono il sangue. Alla emorragia bensì delle narici, quantunque non tanto pericolosa, e ai flussi naturali, ma fuor di tempo, delle donne, si può talvolta rimediare, ed è necessario rimediare, per quanto si sa, non essendo questa per l’ordinario in tempi pestilenziali una salutevol crisi della natura (come alcuni si sono figurato, e può esser vero in altri morbi acuti) ma un effetto pernicioso della violenza del male. Tutte le emorragie sono allora indizio di pericolo, o pure di morte inevitabile. Così scrivono comunemente i medici, e l’avverte ancora Paolo Barbetta; ma non vo’ lasciar d’avvertire anch’io venire asserito dal medesimo Barbetta che chi nella peste del suo tempo aveva l’emorragia del naso e il flusso mestruo, per lo più si salvava. Qualora dunque si scorga nocivo il flusso del sangue, converrà dar di piglio a rimedi esterni ed interni, refrigeranti ed astringenti, come insegna la medicina, e non perdere tempo. In Firenze si trovò molto buono il sugo d’ortica, con cui si bagnava la fronte e le tempie, turando ancora le narici con due taste intinte nel medesimo sugo. Altri pigliavano pelo di lepre tirato finissimo, e il soffiavano nel naso. In quanto alla diarrea, conosciuta dai più saggi anch’essa per uno dei più perigliosi sintomi della peste, e massimamente allorch’ella sopravviene a chi è già ferito dalla peste (essendo all’incontro la stitichezza un indizio lodevole); la ragione e la sperienza hanno insegnato che s’ha da procurar di fermarla e senza menoma dilazione, altrimenti il malato sen va. Quando ciò non succeda nel principio, si rende questo incomodo incurabile. I sudoriferi ed antidoti astringenti sono quelli che debbono usarsi e che possono domarlo, scegliendo specialmente i più propri per resistere al veleno e alla putredine della pestilenza. Il Pareo loda assaissimo la seguente
Polvere per curare il flusso del ventre.
℞. Bolo armeno, terra sigillata, pietra ematite, ana dram. 1; pece navale dram. 1 e mez.; corallo rosso, perle preparate, corno di cervo bruciato e lavato con acqua di piantaggine, ana scrup. 1 e mez.; zucchero rosato in tavolette onc. 1. Se ne faccia polvere, di cui si dia un cucchiajo al malato prima del cibo o con un rosso d’uovo.
Eustachio Rudio per la cura di questo flusso loda molto lo scordio dato con zucchero rosato o conserva d’acetosa. Più gioverebbe prendendolo colla suddetta polvere, o pure con un poco di triaca o di diascordio, ovvero, se la febbre fosse ardentissima, con alquanto di conserva di rose rosse, o con rob di cornio, o sia corniolo, o di acacia.
Ed ecco ciò che ho creduto di dover notare intorno alla cura e al Governo Medico del morbo pestilenziale. — Finirò con alcune poche osservazioni. La prima, e più importante di tutte, si è che in ogni male, ma specialmente in questo, è pericoloso ogni indugio nel prendere i medicamenti. Non bisogna perder tempo, nè si vogliono imitare que’ poveri sconsigliati che per paura di perdere il commercio, o di tirarsi addosso altri danni, occultano il male con sua ed altrui inevitabile rovina. Allorchè il veleno s’è impossessato degli umori ed ha indotta la corruzione in essi o nelle viscere, non c’è rimedio che vaglia, e l’esterminio è certo. Attesta il Rondinelli, che fu spettatore del contagio in Firenze l’anno 1630, che coloro i quali presto ricorrevano ai rimedi per lo più guarivano; e il Sennerto, ed altri valentuomini hanno anch’essi troppo spesso osservato in pratica che molti i quali appena sentendo d’essere feriti dalla peste, ricorrevano ai sudoriferi ed antidoti, dopo copioso sudore si trovavano sani; siccome per lo contrario di cento che tardavano molto a curarsi, appena uno ne campava. Talvolta il veleno pestilenziale preso sarà poco, sarà debole, si potrà con facilità espugnare da chi non è pigro coi medicamenti, ma se gli si lascerà prender piede e forza, egli resterà il vincitore senza difficoltà. E specialmente avverto ciò per le donne, e molto più per le fanciulle, alle quali venendo buboni ed altri perniciosi effetti della peste in parti che il pudore tien celate, facilmente nascondono il male, perendo esse, e facendo perire altri poco appresso. Presto dunque ai rimedi; che il far presto in casi tali si può chiamare il recipe principale e il più efficace rimedio.
Appresso, in ogni costituzione di peste hanno immediatamente i medici da considerare tutti i suoi più ordinarj sintomi, procurando anche, prima che arrivi il morbo, di risaperlo da chi già ne ha fatto o ne fa miseramente la prova, per poi stabilire, se fia possibile, la qualità del suo veleno, e qual metodo sia da tenere per curarlo ed espugnarlo. Dichiamola però schietta: questo non è che troppo difficile, e più difficile ancora sarà che felicemente colpisca il bianco in tali dispute chi non è libero da certi ciechi pregiudizj in favore dell’antichità, e solo incensa Galeno ed Avicenna, (benchè non mai letti) e non sa, o non ha mai ben pesato il valore di molte opinioni moderne. A determinare le qualità precise d’un veleno pestilenziale, molto più de’ meri empirici, potrà giovare un chimico non visionario e un acuto e sincero esaminator della natura, perchè meglio intendente della combinazione, configurazione e risoluzione delle particelle dei misti, dei sali, ecc. Nulla dirò io delle opinioni dell’Elmonzio, del Langio e d’altri, se non che sembrano a me molto improbabili. Altrettanto avrei detto ancora dell’opinione del P. Atanasio Chirchero, il quale fa consistere le pestilenza in certi vermicciuoli infettanti e corrompenti il sangue degli uomini, se il chiarissimo nostro signor Antonio Vallisnieri in una sua lettera al signor Cogrossi intorno al male contagioso de’ buoi, ultimamente pubblicata in Milano, non avesse corretto insieme e mostrato possibile, anzi probabile un sì fatto sistema. Vero è (per tacer altre cose) che presso di me resta incerto, se, posti anche vermi nel sangue de’ corpi appestati, sieno essi poi subito da dirsi cagione di quel morbo, e tanto più ove si ammettesse col Levenocchio che trovinsi vermi anche nel sangue dei sani. Vero è altresì, non trovar io finora spiegata una cosa, di cui son persuaso, cioè quel diffondersi dal fiato e dalla traspirazione di tutto un corpo vivente appestato (e proporzionatamente ancora dei cadaveri), fino ad una certa distanza, semi di pestilenza per l’aria, i quali possono e sogliono infettare chi s’avvicina e non va premunito; il che non so come ben cammini in questo sistema, e perciò figurarmi io tuttavia per più verisimile che la peste consista in effluvj e spiriti velenosi. Ma ciò non ostante confesso io pure ingegnosa ed utile, anche per altre ricerche, l’opinione suddetta; e potrebbe un dì la sperienza recar lumi tali che maggiormente credibile ce la rendessero. Intanto nel mio, cioè nell’ordinario sistema, gioverà considerare i veleni come di due specie, secondochè vien fatto da molti moderni, cioè o dissolventi o coagulanti, proprio de’ quali si è o lo squagliare e disciogliere il sangue e gli umori del corpo umano, o pure di coagularli e di legare gli spiriti necessarj alla vita. Si dovrà dunque osservare se si potesse ad una di queste due spezie ridurre la pestilenza che corre, la quale in fine altro non pare che sia, se non un veleno, per determinare con quali antidoti si debba susseguentemente combattere in tal congiuntura. A questa diversità è probabile che s’abbia da riferire il trovarsi alcuni rimedj giovevoli in una peste, e non giovevoli o nocivi in un’altra. Il Willis, il Langio, il Doleo e il Rivino tengono che il veleno della peste operi col coagulare. Carlo della Fonte difende l’opposto, e seco s’accordano il Diemerbrochio, il Barbetta, il Graff, Luca Tozzi ed altri. Veramente sembra più probabile che d’ordinario le pesti sieno un veleno dissolvente, perchè non se ne troverà forse alcuna, in cui i medicamenti acidi non sieno riusciti un efficace rimedio tanto nella preservazione, quanto nella cura della medesima, e perchè ordinariamente si osserva divenire il sangue negli appestati sì fluido e sottile che spesso prorompe fuori del naso e per bocca e per i canali dell’infimo ventre e talvolta infin per la cute, di modo che per lo più è difficile, o impossibile il metter freno all’emorragia. Taccio altre ragioni. Ma perchè io non veggo stabili alcuni supposti di chi tiene questa sentenza, e discordano fra loro i medici nel descrivere i sintomi di varie pesti, perciò volentieri sospendo qui il mio giudizio, e confessando che da una, due o tre pesti non si dee, nè si può dedurre una regola generale per tutte le altre, rimetto all’accurata osservazione de’ medici il deliberare su questo punto, allorchè s’avesse la disavventura di doverne mirare il terribil aspetto. Noterò solo, pensare il Sydenham che questo veleno consista in particelle infiammatorie che rompano le fibre del sangue; e Francesco de le Boe Silvio il fa consistere verisimilmente in un sale volatile, lisciviale ed agro, il quale penetrando nel sangue il renda più fluido del solito, sfibrandolo e inducendo la putrefazione in esso o in altri umori e parti del corpo, dove egli si scarica o si ferma. E conciossiachè, secondo il suo sistema, da questo maligno sale vien diminuito o distrutto l’acido che era, ed ha da essere nel sangue, utilissimo per conseguente, anzi necessario per rimetterlo si è il ricorso all’aceto, agli agrumi, al vitriuolo ed altri simili acidi, riuscendo all’incontro nocivi i medicamenti puramente alcalici. Così l’acquavite semplice o triacale ed altri alcali si sono osservati pregiudiziali a molti in que’ tempi; il che non suol avvenire degli acidi, purchè presi colla debita moderazione e senza esorbitanza. Chi nondimeno abborrisse gli acidi meri in bevanda, non farà male mischiando con esso loro un poco d’acquavite, o temperando in altra guisa l’austero o acerbo d’alcuni acetosi, per accidente spiacevoli. In fine si ricordino bene i saggi medici di ciò che viene avvertito anche dal suddetto sig. Vallisnieri nel tom. X de’ Giornali d’Italia, cioè darsi o potersi dare dei veleni pestilenziali che rechino seco tutti e due i sintomi dello squagliamento e della coagulazione; nel qual caso poscia s’intenderà il perchè ne’ rimedj antipestilenziali si mescolino gli acidi e gli alcalici.
Per altro può di leggieri accadere che nè pure a’ valenti medici riesca di determinare la vera natura e il costitutivo d’una peste, perchè la sua malignità potrebbe consistere in altre cagioni e maniere a noi incognite. Nulla però dovrebbe conferir tanto alla conoscenza del male, quanto il vedere quali rimedj o cose giovino o nuocano allora. Pazienza, se questa non è forma diritta di filosofare e s’ella è suggetta a molti inganni. Può essa nondimeno avvicinarsi non poco al vero. Ordinariamente si medicano, e talvolta bene, tanti altri mali; e pure la vera loro essenza e cagione è poco nota ai medici. Non voglio qui lasciar di aggiungere che dai professori della chimica son forte lodati nella peste i rimedj e le preparazioni antimoniali. E certo essendoci degli antimoniali che per la lor preparazione son privi di forza emetica e catartica, e solamente son diaforetici, questi potrebbono senza gran paura, anzi con isperanza di molto vantaggio, consigliarsi e accettarsi nella cura delle pestilenze, siccome sono utili e lodevoli in altri mali. Anche Giovanni Zvelfero avverte che la maggior parte di quei che infetti di peste usarono al peso d’una dramma l’antimonio diaforetico, restò guarita, ed egli medesimo si confessa testimonio di sì felici successi. Molti altri autori citati da Paolo Boccone gli danno la stessa lode; e Pietro Moratti in una Relazion della peste del 1630 attesta che in Bologna riuscì molto utile un estratto d’esso antimonio diaforetico, triaca, zedoaria, angelica e fiori di solfo, infondendo tutto prima in ispirito di vino per lo spazio di quattro giorni, poi colando e di nuovo infondendolo, con farlo finalmente esalare a bagnomaria. Se ne davano dram. 2 al paziente in acque, o brodi, o siroppi, con che si movevano sudori le più delle volte puzzolenti e si provocavano le orine. Ma non è da tutti il preparar così bene l’antimonio ch’esso riesca solamente sudorifero, e non ritenga, o non ricuperi la forza emetica, o sia vomitoria. E perciò ripeterò io qui ciò che ha il nostro sig. Zannichelli nella Dissertazione della Neve di ferro: Agitur de vita hominum; proinde satis admirari neque facilitatem, qua medicamenta, præsertim ex mercurio et antimonio passim conficiuntur: res certe plena periculi, adeo ut non solum artificibus quibusdam mechanicis, se ipsis etiam artis professoribus timorem incutere debeat. Caveant qui ista jactitant absque sufficienti peritia et diligentia; sed multo magis caveant, qui eisdem fidunt, propriamque vitam hujusmodi farinæ hominibus committant. Questi sono sentimenti d’un saggio ed onorato chimico; e perciò non sarà se non bene per conto di certi antimoniali e d’altri simili strepitosi rimedj l’assicurarsi prima colle felici prove altrui dell’innocente e benefica loro natura. Il Willis descrive alcuni sudoriferi e cordiali, proprj per combattere contra la coagulazione, ed altri contra la dissoluzione del sangue.
Ma perciocchè, posta o l’una o l’altra natura della peste, non si saprà combinar seco da alcuni il tanto poi lodarsi l’uso di non pochi medicamenti, che paiono opposti fra loro, e pure sono stati commendati da me, io lascerò volentieri sì fatte quistioni e ricerche alla scuola, e mi contenterò di dire che comunque si senta dalla natura della peste, resterà sempre certo che gli acidi e il solfo e i sudoriferi sono i rimedj più potenti e i più approvati della peste, secondo il parere di tutti i medici e di qualunque pratico di que’ fieri tempi, il che più di tutto a noi importa di sapere. E però venendo contagi, chi non ha, nè può aver medici, medicamenti e speziali, vegga di provvedersi almeno di buon aceto e di solfo, che questo può bastare. L’aceto suol mancare a pochi e il solfo è facile negli stati del principe nostro ad averlo, ed ottimo, dalla miniera di Scandiano. Silvio de le Boe tiene che nulla ci sia di sì vigoroso per mitigare l’acrimonia del sale pestifero e di fissare la fluibilità del sangue, come il solfo minerale, ch’egli però desidera prima fissato dall’arte. Per parere di lui il salnitro, e massimamente lo spirito di nitro, hanno somma virtù per fissare ed espugnare il sale maligno della pestilenza, dovendosi però questi, come anche altri acidi, temperare con umore acqueo conveniente, acciocchè soli non recassero altri mali. Abbiam lodato assaissimo la canfora, la triaca, il diascordio, l’olio di scorpioni. A questi pochi rimedj si può ridurre la privata spezieria di chi non ha maggiori comodità. Dell’erbe e di molte altre cose da noi commendate in questo libro, per l’ordinario non ci vuol fatica o spesa a trovarne. Coraggio dunque, che ancora con provvisione di sì poco, e senza fastose e lunghe ricette, possono le persone condur seco la speranza di preservarsi e guarire dalla pestilenza col nome del Signore, del cui potentissimo e necessario aiuto passerò ora a parlare, con esporre da qui innanzi il Governo ecclesiastico ne’ tempi di contagio.