CAPO X.

Petecchie, febbre, delirio, vigilia, sonno, vomito, siccità di lingua, emorragie, ed altri sintomi delle pestilenze. Sollecitudine necessaria in curar per tempo gl’infetti. Veleno pestilenziale se coagulante o squagliante il sangue. Quai rimedi maggiormente s’abbiano ad aver pronti per i tempi della peste.

Suol anche scoprirsi il veleno pestilenziale per via di certe macchie, picciole per lo più, e di colore purpureo, le quali veggono chiamate petecchie. Io non son da tanto che possa mettermi ad esaminare se queste sieno prodotte della coagulazione o dallo scioglimento del sangue, siccome ancora se sieno porzioni di questo, fermatesi nelle boccucce delle vene capillari, o pure efflorescenze di sali volatili d’esso sangue venuti alla cute. Lascio volentieri ai medici l’importanza di queste riflessioni per regolamento de’ pronostici e della cura in tali casi; e solamente oserò, fidato sul parere de’ più saggi, chiamar esse petecchie, nella peste vera, peggiori degli stessi carboni, con farne di più un infausto pronostico, per essere stato osservato allora che comparendo esse, o purpuree, o verdi, o violacee, hanno quasi sempre annunziata vicina la morte. Alcuni medici di gran nome le hanno credute salutevoli; ma è da vedere se tal credenza sia stata appoggiata solamente sopra acuti raziocini, perciocchè la sperienza ha fatto apparir troppe volte l’opposto, mentre in alcune pesti non è campato nè pur uno di quei che le aveano, e senza giovare che fossero in poca quantità, poichè il caso era tuttavia disperato. Così parlo io secondo l’altrui sentenza e sperienza, non lasciando però di concepire che si possano dar pestilenze di tal natura e discretezza, che lascino anche guarire le persone assalite dalle petecchie, perciocchè son persuaso che da una sola peste non si può nè si dee misurare ogni altra peste, per quel che riguarda alcuni medicamenti e sintomi. Non è costume delle petecchie il dare allora tempo a’ rimedi. Ma prendendo gl’infermi senza dilazione alcuna i sudoriferi e gli altri antidoti contro la pestilenza, può accadere che la natura (mi sia lecito il valermi sempre di questo nome, perchè qui non occorre entrar nelle dispute delle scuole) con altre più favorevoli crisi si liberi dai sali pestilenziali intenti ad opprimerla, e prevenga le petecchie, indizio allora di morbo già troppo avanzato e malignato.

La febbre è uno degli ordinari corteggi della peste, e ad espugnarla servono gli antidoti finora descritti. Ed avvertasi accadere spesso in tempi di peste che le febbri continue, terzane e simili, e i vaiuoli, ed altri mali, facilmente degenerino, ed anche molti giorni dipoi, in febbre pestilenziale; e perciò saggiamente opereranno i medici, trattando allora tutte le febbri nel principio d’esse come veramente pestilenziali, e prescrivendo i sudoriferi ed antidoti che sono a proposito contro la peste. Probabilmente però non succederà questo, ove si tenga il malato in debita distanza dall’aria, ambiente le persone, robe e case appestate. Appresso con questo fierissimo morbo s’accompagna sovente una fiera doglia di capo, che porta intollerabil tormento agl’infermi; ma anch’essa suol cedere agli antidoti suddetti; e, occorrendo, i medici possono prescrivere qualche anodino. Lo stesso dico del delirio e della frenesia, avvertendo qui che il dar bevande di mandorle, che mandolate si chiamano, e vengono lodate contro il delirio e il dolor di capo, ecc., s’è osservato non solamente lontano dal giovare, ma anche molto nocivo, cagionando esse dipoi vomiti, ansietà, ed altri gravi sintomi. Così i medicamenti oxirrodini, e i frigidi, e i narcotici, e i meri sonniferi sono da fuggire, non potendosi allora adoperare senza pericolo d’altri sconcerti. Scrive il Belcaire che in una peste di Firenze le fanciulle divenendo frenetiche, si andavano ad affogar ne’ pozzi; ma fatti per ordine dal magistrato strascinare per la città i cadaveri nudi delle sommerse, un tale spettacolo indusse cotanta vergogna e terrore nell’altre, che si frenò meglio con questo ripiego, che col timore della morte la loro insania. Sit fides penes auctorem. Trovo io però in Eliano che le fanciulle di Mileto, benchè non corressero tempi pestilenziali, caddero in una somigliante disgrazia, e vi fu adoperato il medesimo rimedio. La vigilia è stato avvertito che non fa gran danno. Bensì ne porta dei gravissimi il sonno nel principio del morbo, e finchè non sieno presi i sudoriferi, al contrario di quel che si osserva in altri mali, ne’ quali ricevono gl’infermi tanto ristoro dal sonno, e massimamente solendo esso contribuir molto all’operazione del sudore. Perciò allora a tutti i patti bisogna tenere svegliati gl’infermi, permettendo poi loro dopo il terzo o quarto giorno di dormire per tre o quattro ore, finchè abbiano ricuperata la sanità. Al più al più, quando la vigilia fosse continua, unger loro le tempie con olio di noce moscata spremuto; ma non dar loro nè oppiati, nè altri soporiferi per bocca, a riserva della triaca, del diascordio, dell’orvietano, e d’altre simili composizioni, che sono bensì alquanto oppiate, ma non in guisa da nuocere per questo, essendo poi necessarie per altri effetti. L’aceto canforato, lo sbuffar nel viso alquanto di vin bianco generoso, ed altri rimedi possono giovare a tenersi svegliato. Dopo il sudore suol cessare la gran voglia di dormire.

Sono ancora compagni per l’ordinario del morbo pestilenziale una somma debolezza, un’ansietà di cuore e un vomito o nausea fastidiosissima, inutile, anzi sommamente nociva, di modo che non si vuol prendere, nè si può ritenere alcun medicamento. Per provvedere a tutto vengono sommamente lodate le seguenti composizioni dal Diemerbrochio.

Rimedi per la debolezza e pel vomito.

℞. Conserva di rose rosse onc. 1 e mez.; diascordio del Fracastoro dram. 3 ovvero 4; acqua triacale descritta di sopra in questo libro onc. 4; sugo di limoni fresco, acqua di cinnamomo, ana onc. 1 e mez. Mischia, e dopo aver lasciato posare per una o due ore, cola tutto con pezza bianca. Aggiugni alla colatura confezione di giacinto senza muschio dram. 1, e mischia. Prendine spesse volte il giorno un cucchiajo.

Linimento.

℞. Olio di noce moscata spremuto, olio di scorpioni del Mattiuolo o di lauro, triaca, ana dram. 1; olio di ginepro mez. scrup., di succino scrup. 1, di garofani o di cannella gocce 3. Mischia insieme, e fanne linimento, col quale tiepido ungi la bocca dello stomaco due o tre volte il giorno. Dipoi mettivi sopra la seguente

Pasta.