℞. Unguento di mucilagine, d’altea, ana onc. 2; sugna vecchia e non salata di gallina e di porco, ana onc. 1; fichi secchi onc. 6; uva passa mondata da’ suoi acini, o granelli, onc. 3; lievito acido mez. onc.; farina di semi di lino e di fieno greco, ana onc. 1; zafferano scrup. 2; olio di camomilla e di gigli, ana onc. 1. Mescola, e fanne empiastro.
Col sopraddetto trocisco si formava l’escara, o sia la crosta sopra il carbone; e coll’empiastro si maturava in tal maniera, che in termine di 24 ore il carbone si poteva staccare con tutta la sua radice. Espurgava dipoi il Cristini la fossa restata nella carne buona, e la medicava con unguenti atti a rimettere la carne. Se s’incontrava in carboni ostinati che in 24 ore non venissero alla separazione, tagliava loro intorno, e levata via con un coltello l’escara, applicava di nuovo il trocisco e l’empiastro, ed anche la terza volta occorrendo, finchè si sterpasse la radice del carbone, dopo di che adoperava i digestivi ordinari per sanar quelle piaghe. Notisi nondimeno che è proprio de’ chimici, e specialmente di certi empirici, il promettere di guarir molti mali coi loro rimedi in 24 ore; ma il mantener la parola, oh questo è il difficile. Molto più si noti che in tutti i metodi, allorchè il carbone si vede suppurato, o, per dir meglio, disposta la sua carne morta a separarsi dalla viva, si ha da aiutare a cavarlo fuori col ferro. Nell’Avvertimento stampato in Modena l’anno 1630 si vede che ai carboncelli si metteva sul principio una pezzetta sopra, o pure sfilacci, con unguento egiziaco e triaca insieme, e sopra empiastro diachilon semplice. L’altro giorno, dopo aver unto il carbone con butirro, se gli metteva sopra una pezzetta con unguento isis, a cui era mischiato alquanto di precipitato, e sopra essa aggiungevasene un’altra con unguento diapalma. Vedutosi nel terzo dì il carbone mortificato, che si scarnava, il tiravano via colla molletta, medicando poi la piaga con digestivo, e di sopra diachilon semplice o mollitivo, ovvero unguento semplice. Benchè un tal metodo abbia del triviale e qualche pregiudizio de’ nostri vecchi, nè sia proprio per far dei miracoli, tuttavia ho voluto farne menzione, perch’esso in fine non è pericoloso, e può trarsene profitto. Paolo Barbetta scrive che se dal vescicante o da un cauterio attuale in termine di 12 o di 24 ore non è impedito il crescere del carbone, è imminente la morte dell’infermo, come ancora se non ne esce umidità alcuna; ma che venendo la vescica e la marcia nella debita forma, e facendosi la separazione, si salverà. Lascerò considerar meglio a chi è della professione questo aforismo.
E perciocchè accade che i carboni facciano escara, o sia crosta dura, che impedisce l’operazione dei rimedi, insegnavano i secoli antecedenti di ammollirla con butirro fresco, aggiuntovi un poco di zucchero, o con sugna di porco, o con altri simili lenitivi. O pure adoperavano sughi di appio o di porro, cotti con mele; ovvero mollica di pane con sugo d’appio o di basilico; siccome ancora digestivo di rosso d’uovo o d’olio rosato con trementina, a cui si può aggiungere un poco di zafferano. L’Ingrascia insegna la seguente composizione da usarsi sopra sfilacci, siccome proporzionata non solo per far cadere l’escara, ma per mondificare la piaga.
Unguento per levare l’escara de’ carboni.
℞. Mele rosato onc. 3; sapa onc. 1 e mez.; sugo d’appio, di assenzio, ana dram. 7; sugo di scabbiosa onc. 1 e mez.; trementina onc. 6; farina d’orzo, di frumento, ana onc. 2. Purificati prima i sughi, si bollano insieme tutte le suddette cose, finchè si faccia unguento, a cui s’aggiunga in fine sarcocolla dram. 3, zafferano mez. dram.
Empiastro per far cadere l’escara.
℞. Farina di frumento, d’orzo, ana onc. 3. Impastisi con decozione di malva, di viole, di radici d’altea; aggiugnendo sugna di porco liquefatta e butirro, ana onc. 2, e due rossi d’uovo. Pestate le cose pestabili, si cuocano e si mescolino insieme, facendone empiastro.
Unguento del Barbetta per far cadere la crosta de’ buboni e carboni.
℞. Mele vergine, sugna d’anitra, ana onc. 1; caligine di cammino dram. 6; trementina onc. 1; rossi d’uovo 2; triaca dram. 3; olio di scorpioni semplice quanto basta. Mescola, e fanne unguento.
Quando l’escara sia pertinace, si osservi che non è bene il fare violenza col ferro, apportando ciò molto cruccio e qualche pericolo ai poveri pazienti. Si attenda coi rimedi ad espugnarla. Finalmente separato ed estratto il carboncello, convien purgare e governar la piaga coi digestivi, e poscia a guisa delle altre ulcere condurne la cura, finchè s’incarni a poco a poco, e senza precipizio si cicatrizzi. A questo effetto potrà bastare unguento composto di cera nuova, sugo d’appio o mele bene spumato. Francesco de le Boe Silvio scrive che a mondificar presto la piaga serve mirabilmente il balsamo di solfo, e specialmente l’anisato, mischiato con unguento tetrafarmaco e basilicon, e applicato alla piaga. E fin qui della cura de’ carboni.