Quindi rivolga il prelato il suo studio a levare dagli animi del popolo la costernazione e la stupidezza, che spesso allora assalisce quasi tutti, ed impedisce non solamente l’esercizio de’ vari uffizi, ma eziandio la buona cura di sè stesso, non che degli altri. Anch’egli esorterà ciascuno alla costanza e al coraggio, dandone prima, per quanto potrà, egli medesimo esempio a tutti. A ciò contribuirebbe assaissimo s’egli potesse di quando in quando lasciarsi vedere per le contrade e piazze della città a cavallo, come hanno costumato in simili occasioni i cardinali S. Carlo e Federigo Borromei, arcivescovi di Milano d’immortale memoria, Gianfrancesco di Sales vescovo di Ginevra, successore e fratello degnissimo di S. Francesco, e tanti altri cardinali, vescovi e principi. Non si può dire che consolazione e che gioia inspiri ne’ cuori o mesti o abbattuti della gente, il poter mirare allora dalle porte o dalle finestre, o pure a cielo aperto il volto del loro sacro pastore, o di chi li governa. Quell’osservare che personaggi tanto loro superiori non paventano la peste, è una grande scuola di non paventare anche agli altri; e quel chiarirsi che i governatori dati loro da Dio si prendono in persona tanta cura d’essi, e si sforzano di rimediare alle loro miserie e pericoli, accresce a tutti il conforto e il coraggio per non disperar da lì innanzi, e per sopportare con più tolleranza gli incomodi di quella misera congiuntura. Utilissimo pertanto al popolo e glorioso ai vescovi e ad altri superiori sarebbe allora il portarsi sino alle porte dei lazzeretti e il passeggiar talvolta per le contrade, informandosi eglino stessi dello stato degli infermi e di qualunque altro bisognoso, con ascoltarli o dalle finestre o in una convenevole lontananza, tenendo poi registro di tutto per soccorrere, come si potrà il meglio, alle necessità di cadauno. A questo atto d’eroica fortezza e d’insigne carità cristiana, certo è che terranno dietro le benedizioni non meno di tutto il popolo, che di Dio. Qualora non sia loro possibile il farlo, almeno mandino i loro primari ministri o altre accreditate persone, che in loro nome s’informino, e confortino, e rincorino chi ne ha bisogno, soccorrendo poi con gli effetti alle indigenze altrui.
Parimente dovrà il vescovo concedere a tutti i confessori da sè approvati, e specialmente ai parochi, e in caso di necessità anche ai sacerdoti semplici (che si riputeranno approvati senza esame in caso di necessità) la facoltà di assolvere non solamente gli appestati, ma eziandio tutto il resto del popolo dai casi e dalle censure riservate a loro, ed anche riservate al sommo pontefice, avendone prima ottenuta la licenza dalla S. Sede. E perciocchè può accadere che in que’ sì sconcertati tempi non possano i parochi, confessori e vicari foranei facilmente ricorrere al prelato, concederà loro in tal caso le più ampie facoltà, come sarebbe di potere, occorrendo il bisogno, ascoltare le confessioni senza tutti i sacri riti esteriori che si usano in altri tempi, purchè il facciano con pia decenza; e di sottoporre le parti delle parrocchie di villa alle più comode ed intatte, qualora per i passi levati non potessero accorrere alla propria parrocchiale, o l’una parte fosse infetta e l’altra illesa; e di ommettere le denunzie per contrarre matrimonio fra persone che in pericolo di morte volessero appagar la loro coscienza e legittimare la prole. Darà ancora licenza di poter celebrare messa in ogni chiesa, ed anche con altare di legno fuori di chiesa, o nelle piazze e vie; e di poter soddisfare in essi altari all’obbligazione di celebrare in altri; e di poter costituire ed approvare confessori secondo il bisogno. Il Diana mette in dubbio se il vescovo possa anche dar licenza di celebrare il santo sacrifizio nelle case private. Dicono di sì il Marchino e il Pasqualigo; e alla loro sentenza si può saggiamente aderire. Imperocchè non essendoci più salutevol mezzo umano per isfuggire o non comunicare ad altrui la peste, quanto lo star ritirato e consolato, non pare conveniente il costringere le persone, e massimamente le nobili, ad uscir di casa, e a portarsi con tanto loro ed altrui pericolo alle chiese o ai pubblici luoghi per ascoltare la messa, quando si possa in altra più comoda e sicura forma soddisfare alla loro divozione e pietà. Cessano qui i motivi per cui non si concede tal grazia in altri tempi; e vi entra il motivo di concederla pel pubblico e privato bene; anzi vi ha luogo il riflesso della necessità, che, considerato dalla Chiesa, fa in altri tempi accordare la licenza medesima. E quantunque non vi sia, rigorosamente parlando, questa necessità, perchè allora non corre il precetto di uscire di casa per portarsi ad udite la messa, tuttavia si può chiamare in certa guisa necessario il consolare; per quanto si può, la gente ivi ristretta, alla quale è fuor di dubbio che riesce allora di una somma consolazione il poter assistere al divino sacrifizio senza pericolo alcuno. E giacchè ai pastori ordinari non è vietato da alcuna precisa legge il dare questa facoltà nei pericolosissimi casi della peste, e la Chiesa tacitamente concede ai vescovi il provvedere e dispensare in casi tali secondo il bisogno e l’utilità della loro greggia, perciò è da preferire la sentenza dei teologi suddetti. Lo stesso credo io che si possa tenere intorno al dar licenza di mangiar carne per alcuni giorni di quaresima, cioè tre o quattro per settimana, con ritener però l’obbligo del digiuno. Alcuni teologi l’insegnano. Sarà eziandio cura dei vescovi il proibire anch’eglino allora, caso che i magistrati ne facessero istanza, la pompa e ogni altra formalità di funerali; e l’ordinare che niuno sia seppellito entro le chiese e ne’ cimiteri soliti, quantunque nè pur fosse stata la sua morte di peste, a fine d’evitare ogni pericolo ed inganno, potendosi solo esentare da tal divieto qualche persona di molta distinzione con permetterle sepolcro solitario e in casse impiombate. Ordineranno ancora i vescovi che la notte di Natale si canti la messa, ma a porte chiuse, e senza ammettervi il popolo, con proibir parimente certi presepi o sepolcri, ai quali si potesse fare un imprudente concorso di gente. Ho udito dire che nella peste di Genova del 1656 l’essere corso il popolo ad un luogo da dove si facevano sperar miracoli per preservarsi dal morbo, costò la vita a molte migliaia di persone, che s’infettarono in pochi giorni.
Di troppa importanza si è il non permettere allora le grandi raunanze in luogo alcuno, e per conseguente si dovrà andare con gran riguardo a permetterle anche nelle stesse chiese, perciocchè sarebbe facilissimo l’attaccare l’uno all’altro il contagio. Non si dee tentar Dio che faccia dei miracoli per preservarci ne’ luoghi sacri dagli effetti naturali di quel morbo. Il perchè è stato in uso in altre pesti, e viene ancora approvato dal consiglio de’ teologi, il dirizzare altari nelle piazze e in capo alle contrade, e far ivi celebrare la santa messa, acciocchè le genti preventivamente avvisate dal suono delle campane, e a certe ore determinate, possano assistervi, o stando alle finestre e porte, o pure all’aperto, ma colla dovuta distanza fra loro. Regolerà il prelato questa faccenda, e concederà le facoltà necessarie. L’arcivescovo di Firenze nella peste del 1630 proibì il suonar campane o campanelli per invitar gente all’accompagnamento del sacro Viatico, essendosi provato molto nocivo un tale concorso. Così nella peste che afflisse la città di Palermo negli anni 1624, 1625 e 1626 si lasciò di mettere l’acqua santa nelle chiese, perchè si riconobbe pigliarsi facilmente per mezzo d’essa il morbo. Altrettanto gioverà fare in simili congiunture. Il levare poi affatto le prediche in tempi tali non sembra conveniente, siccome soccorso che allora è più che mai utile o necessario al popolo per far coraggio e concepire sentimenti di vera penitenza e divozione, e prepararsi per tutti gli avvenimenti. Osservisi dunque se si potesse predicare in diversi luoghi spaziosi della città, e con dividere e diradare quanto più fosse possibile gli uditori. In Firenze l’anno 1630 furono sospese le prediche, giudicandosi questo il partito più sicuro.
Prima della peste lodano tutti l’implorare il soccorso divino con pubbliche numerose processioni, avuto riguardo però che non v’intervengano o concorrano persone le quali potessero portar seco il malore. Venuta poi la peste, suole disputarsi se convenga fare lo stesso. Certo ci assicurano le storie essersi osservata in varie città e terre, anche anticamente, la diminuzione o cessazione della pestilenza dopo sì fatte processioni, e il P. Teofilo Rinaldo ne reca vari esempi. Ma, secondo altri, meglio sarà l’astenersene per la ragione suddetta di non doversi esigere da Dio degli evidenti miracoli, e per altri motivi che tralascio. Noi sappiamo che dappoichè in Milano nel 1576 ne fu fatta una solennissima da S. Carlo, e un’altra addì 13 giugno 1630 dal cardinale Federigo Borromeo, si vide immediatamente aumentarsi il furore della pestilenza. Così per attestato del P. Marchino addì 28 giugno del 1630 furono da Nonantola con solenne processione portati a Modena i corpi de’ SS. Sinesio e Teopompo (siccome per relazione del Sigonio fu anche fatto nell’anno 1006), ed esposti per due giorni nel duomo con gran concorso di popolo, vennero finalmente ricondotti a Nonantola. Io non leggo che prima di quel dì la peste fosse entrata nella nostra città; leggo bensì che da lì a pochi giorni essa cominciò a farci strage. Perciò in Roma, cioè in quella città che fu regolata con mirabile saviezza nel contagio del 1656, non fu, per quanto io sappia, ordinata alcuna di queste sì strepitose processioni nel bollor della peste. All’incontro in Firenze nell’anno 1630 ne furono fatte alcune, ma dal solo arcivescovo e da alcuni ecclesiastici secolari e regolari diradati, stando intanto il popolo alle finestre, o pure in orazione entro le loro case, avvertito dall’invito generato delle campane. E questa appunto è una via di mezzo che sembra la più lodevole e la più da praticarsi in altre simili occasioni. In tal guisa potrebbero anche portarsi per la città i sacri corpi de’ santi protettori, o altre insigni e più venerate reliquie; e specialmente sarebbe da farsi qualche volta la processione del santissimo Sacramento, conducendola ora per queste ed ora per quelle contrade: il che tutto riuscirebbe d’incredibile consolazione ed utilità al popolo in que’ miseri tempi. Il mandare ancora sacerdoti, o secolari o religiosi, qualche volta a benedire i cibi de’ poveri infermi o altre cose, calate giù dalle finestre o esposte alle porte, è riuscito di gran conforto, ed ha inspirato coraggio, allegria e divozione alla viva fede dei medesimi. Anzi per tenere santamente allegra la gente, ottimo consiglio allora sarà rinviare per ogni parocchia a certi tempi, e massimamente alle prime ore della notte, senza bisogno che gli abitanti aprano allora le finestre, un determinato numero di soli ecclesiastici, o secolari o regolari, i quali per le strade cantino con voce divota le laudi del Signore, o altre preghiere e componimenti di divozione in lingua volgare, il più che si può intelligibili da tutti, ed approvate prima dal vescovo, le quali inanimiscano il popolo, consolino ed inspirino l’amore di Dio, la speranza in lui, la pazienza, e lo sprezzo del mondo. Ma ci vuole il giudizio d’astenersi allora da quelle espressioni che possono accrescere il terrore o la mestizia. Di queste due micidiali passioni non v’è inopia in que’ tempi: v’è bensì penuria di coraggio e d’ilarità, che pure sono potenti rimedi, non tanto per preservarsi, quanto per risanare dall’infezione. A questo fine potrebbe ancora giovare l’aver pronte e il far cantare in qualche divoto tuono dal popolo certe preghiere a Gesù, prima d’ora stampate, potendo esse servire di gran conforto nei continui bisogni, e massimamente nel gravissimo della pestilenza. Così gioverà il prescrivere orazioni da recitarsi privatamente, o pure da cantarsi pubblicamente circa l’un’ora, o la mezz’ora di notte alle finestre pel popolo, invitato a ciò dalla campana d’ogni parrocchiale.
E perciocchè può darsi il caso che s’abbia a mettere in quarantena tutto il popolo, sequestrando, fuorchè le persone necessarie, tutti gli altri nelle loro case per 40 giorni, il che fu fatto in Milano dell’anno 1576, essendosi trovato questo ripiego veramente utile, da che si vide che il morbo non cessava; e potendo essere il medesimo utilissimo anche nei principj dell’altre pestilenze, gioverà a tutti il sapere quali ordini prescrivesse allora S. Carlo, acciocchè in così lungo ozio d’un popolo numeroso tutti santamente s’impiegassero nel bene e schivassero il male, e fosse servito, non offeso Iddio. Pregò egli i laici di confessarsi e comunicarsi tutti il giorno avanti che entrassero in quarantena. Per gli esercizi spirituali di quel tempo, ordinò prima che ciascuno sentisse messa divotamente ogni dì, al qual fine fece ergere molti altari ai capi delle strade e a’ luoghi cospicui della città, per dar comodità a tutti di assistere al santo sacrifizio stando in casa propria, e trovò sacerdoti che vi celebravano ogni giorno. Così provvide di confessori, i quali andavano con un treppiede in braccio per sedervi sopra di porta in porta, confessando tutto il popolo. Stava il penitente dentro, e il confessore sedeva di fuori, servendo la porta chiusa per confessionale. La domenica poi si comunicavano nel medesimo luogo con molta riverenza, perchè veniva il curato col santissimo Sacramento, accompagnato da alcune persone pie con lumi accesi, e da un cherico che il serviva, comunicando cadauno alla porta della loro casa. Di maniera che quasi tutto il popolo facea la sacra comunione ogni domenica a guisa di tante persone claustrali, non potendosi spiegare la tenerezza con cui i buoni ricevevano in quella forma il vero conforto dei tribolati. Ordinò che ogni vicinanza facesse orazione sette volte tra il giorno e la notte a due cori, come se fossero stati collegi di canonici. Cantavano salmi, litanie, laudi ed altre orazioni accomodate ai bisogni di quel tempo; e l’ore erano distribuite ordinatamente, dandosi il segno di ciascuna d’esse col suono della campana più grossa del Duomo. Allora tutte le famiglie andavano alle finestre, e un sacerdote o altra persona deputata dava principio all’orazione, e tutti gli altri genuflessi rispondevano, e seguitavano sino al fine, avendo ognuno il suo libro in mano, stampato per tal effetto, come fanno i canonici in coro. Perciò era cosa di stupore e che faceva intenerire ognuno il vedere o udire quella gran città, numerosa di circa 200 mila persone, lodar Dio in un tempo medesimo da ogni parte, e sentire un rimbombo d’infinite voci, che chiamavano aiuto da tutto il cielo in quella pubblica calamità. Certamente pareva allora Milano non solamente un miracoloso monistero di claustrali dell’uno e del l’altro sesso, che servissero a Dio rinchiusi nelle proprie celle, ma quasi un’altra Gerusalemme santa, piena di gerarchie celesti. Pubblicò ancora il piissimo arcivescovo una lettera pastorale, in cui insegnava ed esortava a fare certe altre orazioni vocali e mentali, e leggere libri spirituali; ed egli stesso mostrava i punti che s’aveano a meditare ogni giorno, stampati in essa lettera; e in fine concedeva varie indulgenze per la facoltà apostolica ch’egli aveva a tutti quelli che si esercitavano in queste pie divozioni e pregavano Dio per gli appestati. Ed ecco un vivo esempio e modello su cui si potranno regolare i vescovi in simili congiunture, per promuovere allora più che mai l’unione delle anime a Dio, a cui dee rassegnarsi totalmente ogni fedele per sua maggior quiete e conforto, e in cui solo si dee sperare e confidare per preservarsi in mezzo ai pericoli e alla confusione del contagio. A tal fine ancora dovranno i vescovi in occasione di qualche editto proibire l’uso ingiurioso a Dio e stolto di tutti i bullettini, anelli, ecc. e d’altri simili preservativi superstiziosi che allora facilmente si mettono in campo o dall’ignoranza, o dalla malizia.
CAPO IV.
Uffizio de’ parochi e confessori prima del morbo, e venuto il morbo. Cautele per le chiese e per i confessionari. Se i parochi sieno tenuti a ministrare i sacramenti agl’infetti, e quali sacramenti. Come si possa ministrare la Penitenza, il Viatico e l’estrema Unzione. Voti, quali da persuadersi.
Per conto de’ parochi, confessori ed altri sacerdoti, si ponga mente alle seguenti cose. Appena si udirà avvicinarsi o essere già pervenuta ai confini la peste, che dovrà ogni paroco di terre, castella e ville ammonir per tempo tutti a confessarsi prima del morbo, predicare il pericolo della morte, l’ira di Dio, l’emendazione della vita, i quattro Novissimi, ne præoccupati die mortis quærant spatium pœnitentiæ, et illud nequeant invenire. Dovrà pure sostituire anch’egli una solenne e divota processione di penitenza, con digiuni, comunione generale, ed altre opere di pietà, a fine di placare Dio e d’implorare il suo santo aiuto. Da queste pubbliche e strepitose divozioni, tanto della città quanto della diocesi, ne risulterà anche un vantaggio temporale. Cioè i popoli si metteranno in maggior apprensione di quel terribile ed imminente flagello; cosa utilissima, perchè così ognuno, aperti gli occhi per tempo, si guarderà con più cura dal pericolo di prendere, o d’introdurre il contagio. Non si può dire fin dove giunga alle volte la zotica e supina disattenzione, o sciocca temerità della gente rozza. Vanno alcuni senza pensarvi a cogliere la peste fuori del loro distretto sano in territori infetti o sospetti, conversando alla buona con persone appestate, o maneggiando robe, che portano poi la morte ad essi e l’esterminio alla patria loro. Bisogna perciò che anche la Chiesa con azioni vistose di pietà faccia avvertiti tutti del suo e dell’altrui pericolo. Anzi debbono i predicatori e i parochi dall’altare e in altre guise andar per tempo inculcando la miseria della peste, il rischio che sovrasta, la necessità di guardarsi per sè e per gli altri, e il peccato grave di chi trascura sè stesso, e tradisce il suo prossimo, e disubbidisce al principe e alle leggi, e in un affare di tanta conseguenza e rovina. Mostrino ancora al popolo, finchè è tempo (che questo pure sarà un atto di carità), in quante guise si possa contrarre e comunicare il veleno della pestilenza, e come le buone cautele hanno forza di preservare e difendere le popolazioni dall’infezione. Fatto uno sproposito, indarno si cercherà il rimedio, e in vano si dirà: Bisognava governarsi in questa o in quella maniera.
Che se la peste entrerà, allora i parochi vadano similmente ricordando, come potranno il meglio, ai loro parochiani quanto gravemente pecchino quelli che celano l’infezione contratta, non per altro che per timore di qualche suo danno, perchè maggiore sarà sempre il danno che recheranno non solamente agli altri con disseminarla e comunicarla, ma anche alla propria vita, col non lasciarsi curare, e coll’esporsi al pericolo d’una morte repentina, e senza tempo di sacramenti e di contrizione. Gran conto dovrà rendere a Dio chi per sua colpa o negligenza dilata il male e l’attacca agli altri che con buona fede hanno commercio con esso lui, o colle robe di lui. Nel contagio di Palermo del 1625 fu proibito sotto pena della vita che nessuno potesse trasportar robe da una casa in un’altra, ed anche vi fu imposta la pena della scomunica; e a certi tempi colle cerimonie solite della Chiesa venivano dichiarati scomunicati i trasgressori: il che faceva grande effetto per lo spavento che cagionavano tali cerimonie. Questo è un rimedio troppo violento, e da non praticarsi così facilmente altrove, benchè non sieno scomuniche latæ sententiæ, e perciò s’intimino solamente a terrore. Si può provvedere in altre guise. Dovranno al certo i ministri di Dio inculcare la grande obbligazione di non trasportare, rubare o contrattar robe infette o sospette, e quella altresì di denunziar subito ai deputati quei della sua famiglia, o gli altri che vengano a scoprire infetti. Molto maggior obbligazione si è quella di denunziare gl’infetti medesimi al paroco o al sacerdote deputato per l’amministrazione dei sacramenti, affinchè niuno manchi di vita senza i soccorsi spirituali della grazia di Dio. Nella nostra città, allorchè la peste del 1630 ci prese piede, fu dai conservatori della sanità con pubblico proclama ordinato che se alcuno o parente, o coabitante nella casa di qualche infermo fosse ricercato da esso malato di chiamare il confessore, e non vi andasse, costui cadesse in una grave pena pecuniaria, da estendersi anche ad arbitrio sino alla galea.
Per maggiormente preservarsi i parochi ed altri sacerdoti nel dire la messa, avranno cura di mettere cancelli, sbarre, o altro impedimento intorno all’altare dove dovranno celebrare, affinchè niuno del popolo vi si accosti, o la dicano essi in chiesa o fuori. Maggior cautela sarebbe che cadauno avesse i suoi determinati paramenti, de’ quali nessun altro allora si servisse. E tal cautela sarà poi necessaria per chi abbia da praticare con ammorbati o sospetti. I sacerdoti che dovranno amministrare i sacramenti saranno divisi in due classi, cioè altri per i sani, ed altri per gl’infetti e sospetti, secondo la disposizione e distribuzione che ne farà il vescovo. I primi, cioè quei dei sani, che si appelleranno sacerdoti o confessori ordinari, non potranno, se non in caso di estrema necessità, ministrare i sacramenti a gente appestata o sospetta; e se per necessità, o pure disavvedutamente, praticassero con infermi di questa fatta, o dessero loro i sacramenti, non potranno eglino per alquanti giorni praticare con sani, ma staranno ritirati, facendo una specie di contumacia in casa propria. All’incontro i destinati per la gente infetta o sospetta, che si chiameranno sacerdoti o confessori della carità, e saranno anche essi divisi in due schiere, non potranno conversar con sani, nè ministrare i sacramenti ad alcun sano, anzi nè pure a chi fosse infermo d’altro male che di peste, qualora questi non si trovasse in pericolo di vita e in necessità legittima del loro ministero. Per assicurarsi meglio di non errare in questo, potrebbe praticarsi che gl’infetti e sospetti ricavassero una fede del medico d’essere tali; e allora sarebbe moralmente sicuro il sacerdote della carità di non accostarsi ad infermi d’altro male. Così fu praticato nel contagio della nostra città l’anno 1630. Per questo ancora la sacra pisside destinata agli infetti dovrà tenersi non nelle chiese ove entrano i sani, ma in luogo decente separato secondo che prescriverà il vescovo, ove sia tabernacolo e lampana di continuo accesa. Non è lecito ai principi l’impedire ai parochi o ad altri sacerdoti l’amministrazione de’ sacramenti; ma sarà loro ben lecito l’impedire a quei che gli amministrano ad infetti il commercio coi sani, passando in ciò d’intelligenza coi vescovi, siccome stabiliscono il Marta, il Barbosa e il Benzoni, con altri. E però di necessità si ha da dare uno o più coadiutori al curato esposto al servigio degl’infetti, secondo il c. tua nos, de clerico ægrotante. Avverto qui che i parochi non sono allora tenuti ad assistere alla sepoltura dei defunti, nè ad accompagnare verun cadavero; anzi se ci fosse chi volesse allora che il paroco seppellisse alcuno de’ suoi in luogo sacro, quando occorresse sospetto d’infezione, egli dovrà costantemente opporsi, e molto più poi se avrà ordine dai superiori in contrario.