Corre poi questa medesima considerazione anche per i luoghi pii e per qualunque monistero, convento e comunità religiosa benestante, dovendo anch’essi contribuire il loro superfluo, anzi assai più del superfluo, con risparmiar quanto possono allora, per soccorrere quel popolo, onde eglino una volta riceverono i beni temporali. Guglielmo, abate di S. Benigno di Digione, o sia Divionense, uomo di santa memoria, nel secolo XI tornato d’Italia, trovando che i suoi monaci aveano la dispensa e il granaio pienissimo, e che contenti di dare ai poveri l’ordinaria limosina, non soccorrevano ad essi come potevano, sdegnato sbalzò su dalla sedia, e girando pel monastero non si saziava di replicare o con alta o con bassa voce: Ubi est charitas? Ubi est charitas? Dove è la carità? Quindi fece chiamare i poveri e distribuir loro quanto gli venne alle mani e ai monaci che voleano dipoi placarlo, andavano pure rispondendo: Ubi est charitas? Anzi nelle calamità d’un contagio nè pure si hanno allora a lasciare in dietro i ricchi arredi e i vasi sacri delle chiese; ma conviene, o è necessario il convertirli in soccorso de’ poveri, qualor ne corra il bisogno. Non solo non sarà disgradevole a Dio un impiego tale delle oblazioni a lui fatte, ma anzi sarebbe a lui troppo disgradevole, se non si facesse e se l’umano interesse, furtivamente ammantandosi delle vesti della pietà e religione, trovasse colori e via per consigliare il non farlo. Premono più senza fallo al Signore i poveri, cioè la sua famiglia, e i tempj animati dello Spirito Santo, che gli ornamenti esterni del tempio materiale, i quali sono bensì lodevoli e parte ancora necessarj, ma senza che sia necessaria anche la lor ricchezza ed abbondanza. Io potrei provare più diffusamente questa sentenza, se credessi che alcuno ne avesse bisogno. Basterà pertanto il ricordare qui che S. Giovanni Grisostomo, S. Girolamo, S. Bernardo ed altri SS. Padri non lasciano dubitarne, da che eglino non hanno molto lodato chi fa servire senza necessità al lusso dei sacri tempj ciò che sarebbe meglio impiegato in soccorso delle necessità dei poveri. Ma più degli altri, parla chiaro un altro dottore della chiesa, cioè S. Ambrosio nel lib. 2, cap. 28 de officiis, le cui parole furono poi riferite da Graziano nel c. Aurum 13, Qu. 2. Eccone alcuni sensi: Hoc maximum incentivum misericordiæ, ut compatiamur alienis calamitatibus; necessitates aliorum, quantum possumus, juvemus, et plus interdum quam possumus, etc. Aurum ecclesia habet, non ut servet, sed ut eroget, et subveniat in necessitatibus. Quid opus est custodire, quod nihil adjuvat? Nonne melius conflant sacerdotes propter alimoniam pauperum, si alia subsidia desint? etc. Nonne dicturus est Dominus: Cur passus es tot inopes fame mori? Et certe habebas aurum, ministrasses alimoniam. His non posset responsum referri. Quid enim diceres: Timui ne templo Dei ornatus deesset? Responderet: Aurum sacramenta non quærunt. Ornatus sacramentorum redemtio captivorum est. Vere illa sunt vasa pretiosa, quæ redimunt animas a morte, etc. Numquid dictum est S. Laurentio: Non debuisti erogare thesauros ecclesiæ, vasa sacramentorum vendere? Veggasi il resto. Basterà qui a me in luogo d’ogni altro esempio quello del B. Ricardo abate di S. Vitono di Verduno. Nell’orrenda mortalità cagionata dalla fame nell’anno 1028 che desolava la città, quell’uomo di Dio, per quanto narra Ugone Flaviniacense nella sua cronaca: dopo aver distribuito alla povera gente quanto aveva, non perdonò ai tesori della sua chiesa; anzi vendute le cose più preziose d’essa a quella di Rems, ne distribuì subito il prezzo ai poveri, de’ quali ancora ritenne presso di sè un determinato numero per alimentarli. Inviò ancora lettere e messi ai re, principi e vescovi suoi amici, chiedendo soccorso di carità a tutti. Impegnò ancora i beni del monastero per soccorrer pure in quante maniere poteva alla miseria del popolo. Questi sono santi, questi esecutori veri della mente di quel buon Padre che abbiamo in cielo.

Ma il più eccellente atto di carità che possa farsi in tempo di peste verso il prossimo, e per conseguenza verso Dio, da cui vien ricevuta come fatta a sè ogni opera di misericordia che esercitiamo verso il prossimo nostro, purchè accompagnata da essa carità e dall’intenzione di piacere allo stesso Dio, si è l’esporre allora la propria vita in soccorso degli appestati e spezialmente nei lazzeretti, o per medicarli, governarli e cibarli o per aiutar l’anime loro alla pazienza, ovvero al passaggio dell’eternità coi sacramenti e con altri mezzi della pietà e carità cristiana. Certo che di un sommo merito presso Dio si è ancora l’attendere con indefesso studio alla preservazione dei sani e del povero popolo, e il sovvenir loro con aiuti temporali o spirituali; e massimamente perchè ciò non può farsi d’ordinario senza esporsi a molti rischi di lasciarvi un giorno o l’altro la vita. Ma il vedere allora persone non solamente ecclesiastiche, ma ancora secolari che volontariamente e senza obbligo, rinunziano a tutte le speranze della vita terrena, e, lasciata al Signore la cura della lor sorte, corrono piene d’allegrezza e di coraggio, e accese del fuoco celeste della carità, al governo e soccorso o temporale o spirituale degl’infetti; questo è uno spettacolo degno degli occhi del paradiso, e che supera tutti gli altri, e che non si può abbastanza lodare da noi, ma si saprà ben premiare infinitamente ed eternamente da Dio. Quando anche la morte accada in così eroico e santo ministero, il morire, quantunque non sia propriamente un martirio, pure è una similitudine o spezie di martirio, siccome il P. Teofilo Rinaldo mostra in un suo trattato. E S. Bernardino coll’autorità delle Scritture prova in una delle sue prediche quaresimali che se un assassino, un ladro o altro più gran peccatore, corresse in soccorso di qualche appestato abbandonato dai suoi e in pericolo di perdere per la disperazione il corpo e l’anima, a fine di confortarlo e di aiutarlo a salvarsi, mosso a ciò da vera carità cristiana, cioè da un eroico amore di Dio, e costui in sì pio ufizio venisse colpito dalla peste, e tanto improvvisamente morisse che non potesse pensare a’ suoi peccati, nè confessarsi, egli si salverebbe, mercè di quell’atto coraggioso di santissima carità, tanto commendata da Cristo, e contenente in sè virtualmente anche la contrizione. Ed appunto in questa scuola di carità si segnalarono i cristiani d’Alessandria a’ tempi di S. Dionisio, e in altre pestilenze e mortalità S. Cipriano, S. Gregorio taumaturgo, S. Cutberto, S. Antonino arcivescovo di Firenze, il venerabile Girolamo Emiliano, S. Gaetano, il B. Luigi Gonzaga, e tanti altri vescovi e santi: in questa incominciò Bernardino da Siena, giovane di venti anni, con dodici altri pii giovanetti il noviziato della sua santità; in questa finalmente fece il santo arcivescovo di Milano Carlo Borromeo sì mirabili azioni ch’elle non si possono leggere nella sua vita senza lagrime di tenerezza. Così in altre pesti si son veduti divoti e generosi secolari dell’uno e dell’altro sesso, sacrificare al Signore ogni riguardo di questa vita terrena, per servire e soccorrere i poveri infermi. E gli ecclesiastici secolari, non meno che gli ordini religiosi, hanno spesse volte fatto a gara nel contribuire (anche sopra le loro forze, e con tirarsi addosso non pochi debiti) o aiuti spirituali, o pur grani, medicamenti ed altri simili soccorsi della lor carità; essendosi in oltre quasi sempre distinti nell’assistere o al governo, o alle confessioni della gente infetta, i PP. cappuccini e i PP. della compagnia di Gesù con dare molti di loro lietamente la vita per la salute del prossimo loro.

E non è già che tutti poi questi generosi servi del Signore sieno mancati di vita in mezzo alle morti altrui. Di moltissimi ha accettato il medesimo Dio la prontezza, ed offerta di morire nel Suo santo servigio, ma gli ha voluti anche preservare sani e gli ha risanati infermi. Tuttavia si mirano in Firenze appesi ad un altare nella chiesa delle Carmelitane, per voto fatto a S. Maria Maddalena de’ Pazzi, gli abiti che portava nella peste della nostra città l’anno 1630 il P. D. Vincenzo Maccanti fiorentino, cherico regolare teatino, il quale intrepido sino al fin del contagio assistè agli appestati; cioè una sopravveste e una sottanella ambedue di cuoio, una stola bianca, due stivali e un’ombrella pure di cuoio, con altri arnesi. Mi contento di questo solo esempio, perchè sono infiniti gli altri ecclesiastici, medici, cerusici, serventi, ecc., che non risentirono infezione alcuna dal praticare fra tanti infetti. Anzi parrà incredibile, e pure viene attestato, come fatto patente e notissimo da Auberto Mireo, dall’Elmonzio, da Antonio de Lions, che la pia confraternità di S. Eligio instituita in Fiandra e in Normandia, prova una particolar protezione da Dio per la lor carità verso gli appestati. Assistono essi agl’infetti, ne toccano le piaghe, i cadaveri, e pure si mantengono illesi in questo caritativo esercizio, e tornando alle lor case non portano la rovina alle lor famiglie. Che che sia di questo, so bene che per attestato del P. Marchino nella peste di Firenze del 1631 i confratelli della misericordia, almeno in due per volta, accompagnavano i morti alla sepoltura in una debita distanza con lumi accesi, fermandosi poi fuori delle porte della città, nè si vide che alcun d’essi morisse di peste. Qui nondimeno reputo io necessario il ricordare, non doversi nè pure chi con una vocazione sì degna d’invidia tutto allora si sacrifica a Dio, tralasciar le umane cautele, e i riguardi e preservativi, per tener lungi da sè il morbo e la morte. Il fare altramente, sarebbe un tentare Iddio, e uno scialacquare que’ giorni che la carità vorrebbe impiegati nel corso intrapreso per benefizio del popolo. Perciò sarà loro cura di andar continuamente premuniti con vesti incerate di tela Sangallo, o di seta, o di cuoio sottile (il che è meglio) e con odori e profumi, e con aceto ed altri alessifarmaci, e di guardarsi dall’affaticarsi in maniera da sudare e da rendersi con ciò più atti a contrarre l’infezione, dovendosi eglino conservare, se non a sè, almeno al prossimo, lasciando poi che il celeste Padre disponga, come a lui parrà meglio, della loro vita. Portino ancora berrette di cuoio, e giunti alle proprie stanze, benchè non sudati, mutino spesso camicia e vesti, esponendo le altre all’aria. Nel lazzeretto di Firenze per relazione del Rondinelli, i PP. cappuccini che ne avevano cura, si governavano nella seguente forma per non infettarsi. Pigliavano della bambagia rassodata, e tuffandola nell’elisire, si turavano con essa le narici e le orecchie, perchè il cattivo fiato degli appestati non penetrasse, o penetrando restasse corretto dall’altro odore confortativo della testa. In bocca tenevano incenso o solfo; e quando uscivano, si cavavano la bambagia e lasciavano libera la bocca, bagnandosi tutto il capo con acquarello di elisir-vite, perchè non è tanto potente. Avevano due abiti, l’uno, col quale stavano nel lazzeretto, mutandolo la sera e facendolo profumare con incenso, mentre il solfo dava loro troppo fastidio, e si mettevano l’altro. Si lavavano di quando in quando la persona con aceto, ovvero con qualche bagnuolo odorifero. E tale era la lor maniera per difendersi.

Finirò con accennare una particolarità degna di essere tenuta a memoria, e registrata dal P. Teofilo Rinaldo della compagnia di Gesù, in occasione di parlare della peste che afflisse Lione a’ suoi tempi, cioè l’anno 1629. Dopo aver egli narrato in quante maniere esercitassero allora i PP. Gesuiti la loro carità in pro del popolo, aggiugne che quantunque molti d’essi religiosi stessero nella loro chiesa quasi continuamente esposti a confessar la gente, pure niuno di que’ confessori fu mai toccato dalla peste. Due soli, che non andavano mai, o di rado andavano a quel santo ministero, e si credevano più sicuri dal pericolo con lo star ritirati, morirono di pestilenza, ad esempio nostro, che non si ha da mettere la speranza della sanità nella ritirata, quando non assista Iddio, e che chi è assistito dalla sua misericordia, può andar franco in mezzo a tutti i pericoli. Perirono in quell’occasione anche molti sacerdoti secolari per aver data solenne sepoltura ad alcuni morti, come non morti di peste, secondo le fedi false dei medici, e per aver toccato danari ed altre robe loro date dai penitenti. Del resto nota il medesimo scrittore essere stato il popolo di quella numerosa città in mezzo alle terribili angosce della pestilenza sì divoto, sì compunto e disposto a ricevere dalla mano di Dio qualunque sorte, e con tal disprezzo delle cose caduche di questo misero mondo, che parevano persone della primitiva Chiesa. Chi potè colla roba, aiutò; chi era povero, colla fatica e con altri atti di carità. Inspiri il Signore Iddio a tutti i popoli fedeli, e massimamente al nostro, in tutti i tempi, e molto più quando egli volesse visitare un giorno con mano più pesante i nostri peccati, questo spirito di rassegnazione, penitenza e carità, per l’amore ch’ei porta al suo dilettissimo figliuolo, Gesù, e faccia che i mali temporali servano a noi d’incentivo a maggiormente temerlo ed amarlo, e di scala a goderlo un dì nel regno della sua carità.

CAPO VII.

Pietà e divozione quanto necessarie in tempo di pestilenza. Malvagità d’alcuni, che diventano allora peggiori. Quali prediche si convengano per costoro. Esercizi per accrescere e nutrire la pietà. Lezione spirituale, orazioni vocali, meditazioni e giaculatorie.

Sempre dovrebbe la pietà, o sia la divozione, essere il mestiere de’ cristiani, ma specialmente ha da essere nelle influenze pestilenziali. Ognuno allora ha più che mai bisogno del potente soccorso di Dio per preservarsi in vita. L’offenderlo, o l’essere in disgrazia di lui, certo non è un mezzo proprio per prometterlo a sè stesso. Ognuno conosce che stando allora la morte ai fianchi di tutti, v’ha bisogno di sempre andar preparato pel gran viaggio dell’eternità, e per conseguente d’intendersela bene con chi ha in suo pugno di farci eternamente felici, o eternamente miseri. E pure, di che non è capace la corrotta ed infelice natura degli uomini? Ho gran pena ad accennarlo, ma pur si dee accennarlo per istruzione nostra. In quei miserabili tempi, la sola relazione de’ quali, non che l’aspetto effettivo, dovrebbe pur bastare per santamente atterrirci tutti e condurci totalmente a Dio, in que’ tempi, dissi, non mancano persone che non solo non diventano migliori, ma più che mai s’immergono ne’ peccati con temerario sprezzo di Dio, giudice onnipotentissimo, e con pazza dimenticanza del grande interesse dell’anima loro. Alcuni pur troppo intuonano il Mangiamo e beviamo, che domani morremo; ed altri già descritti dalla divina Sapienza si fanno animo l’uno all’altro con dire: Godiamo dei beni finchè li abbiamo; coroniamoci di rose prima che marciscano; nè ci sia prato per cui non passi la nostra lussuria. Peggio fanno altri, i quali, figurandosi di portar seco un’infallibile salvaguardia, non credono che la peste abbia veleni per loro, e però si danno a ladrerie e ad ogni altra sorta d’iniquità ed eccesso. Non si crederebbono cose tanto stravaganti se la sperienza non le avesse più volte fatto vedere, e non fosse ancora per rinnovarne gli esempi. In somma è pur troppo vero ciò che anche il grande arcivescovo S. Carlo diceva d’aver conosciuto per prova nella peste de’ suoi tempi, cioè: Che il buono si emenda sotto il flagello, e il cattivo sempre peggiora.

Ora contro tali pazzi ed empj egli è necessario che vegli e s’armi in primo luogo la giustizia dei principi, gastigando immediatamente e con qualche rigore certi delitti enormi, o pure pubblicamente scandalosi, ove sia con loro mischiata la disubbidienza agli editti allora pubblicati dal buon governo; e ciò per salutevol terrore ed esempio degli altri. Benchè non sarà tanto facile il commetterne di questi, ove si proceda con quelle provisioni e leggi che si sono proposte in trattando del governo politico. Contro certi altri delitti che non appartengono alla giustizia punitiva del fôro o per la loro qualità, o per la loro segretezza, ma che senza fallo non fuggiranno gli occhi di Dio, dee in quei tempi sfavillare più che mai lo zelo e l’eloquenza de’ predicatori e confessori, inculcando a questa gente cieca e dimentica di sè stessa, ora con aspri ed ora con piacevoli modi, ma sempre con paterna censura, il tremendo giudizio di Dio, la sua gran giustizia, la sua immensa potenza in gastigare i figliuoli ribelli ed ostinati. E conciossiachè a certe persone di scorza dura, e tali ordinariamente non per altro se non perchè credono poco, essendo la divina virtù della fede troppo languida in esse, non fanno gran forza, nè mettono terrore certi esempi ed insegnamenti delle sacre Scritture, appunto perch’esse credono poco, bisogna dar di piglio anche alle ragioni umane e filosofiche, per levar loro di mente, se fia possibile, gl’incanti delle loro passioni e la sciocchezza de’ loro consigli e raziocini. Gioverà per tanto dilucidar loro questi inganni, e mettere in mostra tutto il pericolo e l’orror della morte imminente che quegli infelici mirano ben allora con gli occhi del corpo, ma non già con quei dell’anima, e quindi passare a far conoscere quanto sia folle e nemico di sè stesso chi in tempi tali va sì malamente spendendo i forse pochi momenti che gli restano di vita e quanto sia terribile il cadere nelle mani di Dio vivo e vero, giustissimo punitore delle offese e degli strapazzi contro di lui usati, e usati con tanto sprezzo di lui, perchè in tempi sì fatti; e quanto in fine sia necessaria a tutti la penitenza e la divozione e pietà, per preservarsi allora dalla morte temporale, e molto più dall’eterna. S. Gregorio il Grande, scrivendo appunto della pestilenza a Domenico vescovo di Cartagine, nell’epist. 41 del lib. 8 già ci avvertì che Inter flagella positos, flagellis digna committere, contra ferientem est specialiter superbire, et sævientis acrius iracundiam irritare.

Ma per tali miscredenti ed iniqui, che finalmente poi, allorchè il flagello di Dio fa una lesione cotanto sensibile ai peccatori, si riducono a poco numero, pongasi mente di non atterrire la maggior parte del popolo che o è buona da lungo tempo, o certo allora si dà di vero cuore al pentimento de’ suoi peccati. A questi si ha da dire che non si parla, ma sì bene a certi ostinati, per i quali hanno anzi tutti gli altri veramente pentiti e compunti e tutti i buoni da implorar con preghiere la divina misericordia che li muova e converta. Colla gente già buona, o divenuta buona nelle calamità, io torno a ripeterlo, non si ha allora da metter mano al terrore, ma sì bene alle consolazioni, parlando della infinita clemenza di Dio verso chi daddovero ricorre a lui, e inanimendo, e confortando chi fa profitto dei gastighi di lui. Corrono bene; non bisogna avvilirli nel corso, servendo già loro di sprone la terribil faccia della stessa pestilenza.

Appresso è da promuovere la pietà nel popolo, in guisa però che non si contravvenga alle sagge regole del governo politico con adunanze pericolose, o pure con disubbidienze che dispiacerebbono al medesimo Dio. Prescriverà dunque il vescovo certe regole di vita cristiana, orazioni vocali, meditazioni, ed altri simili esercizi di vera pietà; o pure, non facendolo il vescovo, ognuno si aiuterà da sè stesso, e potrà essere aiutato dai confessori e predicatori. Gioverà pertanto leggere allora più che mai libri divoti che trattino delle tribolazioni, per imparare da essi la maniera cristiana di tollerarle; ed altri che insegnino la vita divota e la perfezione, per unirsi bene a Dio, e rassegnarsi al suo santo volere. Alcuni consigliano il leggere, oltre ad alcune omilie da me accennate di sopra, l’operetta di Tertulliano intorno alla pazienza, il Trattato del Disprezzo del Mondo d’Innocenzo III, il Tesoro della Misericordia di Gabriello del Toro, il Cacciaguerra della Tribolazione, il Conforto degli Afflitti di Gasparo Loarte, alcuni Sermoni di Gabriello Biele e del Busto in materia di peste, le Opere del P. Bartolomeo da Saluzzo, il Conforto degl’Infermi del P. Stefano Binetti. Io per me consiglierei tutti a leggere allora in primo luogo, per chi può, i divini libri, specialmente del nuovo Testamento; e secondariamente le vite dei santi o beati, scegliendo anche i più caritativi, sieno martiri, sieno confessori e vergini, purchè scritte da autori approvati, e con semplicità di stile, e con verità di storia. Quelle dei santi e beati degli ultimi secoli, siccome più diffuse, e per lo più composte o tradotte in volgare, riusciranno maggiormente comode ed utili al popolo. S. Filippo Neri, gran maestro di spirito, raccomandava più che gli altri libri di divozione la lettura di queste vite, perchè sapeva che ivi nel medesimo tempo s’imparano le massime della santità, e si mira la santità posta in esercizio, restando chi legge egualmente istruito e spronato dall’esempio altrui. In terzo luogo essendo facilissimo l’aver seco o il trovare l’aureo libro dell’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis, o sia dell’abate Giovanni Gersen, e tutte le sugose ed eccellenti opere del P. Luigi Granata e di S. Teresa, e quelle ancora di S. Francesco di Sales, io persuaderei tutti ad attenersi ben forte più alla loro lettura piena di santa unzione, che a quella d’alcuni altri libri, i quali non toccano bene spesso il cuore, benchè parlino o insegnino tanto. Chi potesse anche leggere il Trattato dei Travagli di Gesù del P. Tommaso di Gesù agostiniano, e l’Erario della Vita Cristiana del P. Giambatista Sangiurè della compagnia di Gesù, e le Opere Ascetiche del piissimo cardinale Giovanni Bona, e del P. Lorenzo Scupoli, cherico regolare teatino, per tacer d’altri autori, ne speri gran soccorso e consolazione spirituale.