La carità è ingegnosa allorchè ci sta nel cuore; e però sarebbe superfluo l’insegnar qui ad alcuno, come si debba o si possa giovare in tempi di peste al prossimo nostro. Dirò nulladimeno che primieramente bisogna di buon cuore concorrere alle collette, che facesse il pubblico di letti, biancherie, legnami, vettovaglie, danari, ecc. Girolamo Previdello, legista reggiano, nel suo Trattato della peste tiene con Baldo, che nessuna persona, quantunque privilegiatissima, sia scusata da queste collette e nè pure gli ecclesiastici, i quali però s’intende che debbono essere regolati in questo dai loro prelati. Poscia sarà un bell’impiego della carità il ritenere per amore di Dio que’ servitori che già si avevano in casa, senza ascoltare l’interesse o la politica del mondo che forse in quelle strettezze e timori consiglierebbero il licenziarli. Diventerà ancora assai meritorio presso a Dio il dare allora (senza che se ne abbia bisogno) da lavorare ai poveri, acciocchè si guadagnino il pane, ad oggetto appunto di far loro del bene; perchè se ben paresse agli occhi del mondo interessata questa azione, pure agli occhi di Dio comparirà per un atto di lodevol carità. Chi poi prendesse ad alimentare allora alcuni determinati poveri (e i parenti spezialmente, se ne avessero bisogno) scaricando i conservatori del pubblico dal peso d’essi, e dandone loro contezza, acciocchè non cogliesse tal gente anche la limosina altronde; certo è che di lunga mano più inviterebbe sopra di sè le benedizioni di quel gran Dio che ama e consiglia tanto la beneficenza verso il prossimo. Molto più si farebbe, ricoverando povere fanciulle rimaste orfane, e perciò in pericolo di perdere l’onestà e la vita, e il vescovo spezialmente accudirà e farà accudire a questo, con provveder poscia dopo la peste, per quanto potrà, al sostentamento e all’asilo di quelle che ne avessero bisogno. Che se il Signor Iddio preserva qualche terra o parte del paese, hanno gli abitanti d’essa da tenere sempre davanti agli occhi le calamità de’ vicini infetti, e inviar loro quell’ajuto che possono. Queste son divozioni sode, perchè la carità è la principale delle virtù e la regina delle divozioni. In una parola, con danari, vettovaglie, mobili, medicamenti, ecc., si può allora porgere soccorso al bisogno e alle infermità altrui; e il non porgerlo per timore che possa poi mancare un giorno a sè il bisognevole, sarà talvolta un poco fidarsi di Dio, e un consigliarsi colla sola avarizia e col troppo amor di sè stesso. Se non faremo allora del bene al prossimo, quando poi vorremo noi fargliene?
E perciocchè alcuni appunto ci sono che in tempi di pestilenza credono che loro debba mancar la terra sotto i piedi, e non si saziano d’unir vettovaglie, quasichè il cattivo influsso avesse a durar degli anni; anzi si trovano di quelli che sol pensano a far traffico e guadagno delle disgrazie altrui, dovranno i parochi e predicatori raccomandare anch’essi a tutti, sia chi si voglia, il non nascondere e non incarire i grani, essendo obbligo di peccato grave il vendere allora e a giusto prezzo, l’annona superflua al bisogno suo. Troppo è facile in sì fatte congiunture che la povera gente muoia di fame e di disagio. Uniscasi appresso coi magistrati il vescovo zelante, per adunar limosine e apprestare ogni aiuto al prossimo, studiandosi, se mai si potesse, di raccogliere in un luogo solo tutti i mendicanti, e di alimentarli ivi, siccome ancora d’impiegare in varj ministeri, necessarj allora al pubblico, le persone che restassero senza padroni, o senza mezzo di procacciarsi il vitto coll’arte ed impiego loro consueto. Tanto pur fece S. Carlo, concorde coi maestrati nella peste di Milano, avendo egli procurato un luogo fuori della città a tre o quattro cento di questi poveri artisti e servitori sfaccendati, con alimentarli dipoi e farli regolare come se fossero stati entro d’un monastero. Oltre al soccorso ch’egli contribuiva del suo, inviava poi gli stessi poveri ordinati in ischiere per le vicine terre, cantando le Litanie ed altre orazioni col crocifisso avanti, per eccitar maggiormente i fedeli a far loro larghe limosine. E perchè venuto il verno, non si trovava provvisione per vestirli e difenderli dal freddo, non potendo sofferire il pietoso padre di vederli patire, trovò finalmente un buon partito, che fu di pigliare tutte le tappezzerie, portiere, padiglioni e quanti altri panni e drappi egli aveva in casa, non riservando per sè e per la sua famiglia, se non da mutarsi una volta; e questi panni e drappi di varj colori fece convertire tutti in vesti per quei poverelli. A tanto ancora si ridusse il santo e caritativo cardinale che si privò infino del proprio letto per soccorrere alle necessità del suo dilettissimo popolo.
Dovrà dunque il vescovo tener conto esatto di tutti quelli che avran bisogno d’aiuto, inchiudendo in questo numero anche i monasteri ed ogni altro ecclesiastico povero, per provvedere a ciascuno, secondo che potrà il meglio, anteponendo sempre i più miserabili e bisognosi agli altri. A questo effetto sarà non solo utile, ma ancora necessario l’instituire una pia confraternità, che si chiamerà della misericordia o della carità, o pure instituirne molte, cioè una per quartiere, ufizio di cui sia il visitare i poveri e gl’infermi, e l’invigilare ai lor bisogni, l’avvisarne i deputati e il raccogliere limosine di danari, farine, pane, vino ed altri commestibili, o pur di biancherie, vesti, mobili, ecc., per poi distribuirle ai lazzeretti, ovvero ai bisognosi della città e de’ quartieri, e per mantener loro medici, cerusici, spezieria, ecc. Medesimamente si arroleranno a questa divota compagnia tutti quegli dell’uno e dell’altro sesso, che, animati dallo spirito di Dio con particolar vocazione, si offeriranno al servigio degli appestati e de’ lazzeretti. Nella pestilenza che accadde a’ tempi di S. Cipriano in Cartagine, per quanto narra Ponzio Diacono, il santo vescovo esortò ognuno agli ufizj della carità, in maniera che tutto quel buon popolo infervorato si accinse ad aiutarsi l’un l’altro. Appresso distributa sunt continuo pro qualitate hominum atque ordinum ministeria. Multi, qui angustia paupertatis, beneficia sumtus exbibere non poterant plus sumptibus exibebant, compensantes proprio labore mercedem divitiis omnibus cariorem. Non si ammetteranno però se non persone che sieno dabbene, e dalle quali si possa ragionevolmente sperare fedeltà e carità. Ogni paroco descriverà nella sua parrocchia quei che si esibissero a questo santo impiego, e ne darà nota al vescovo, il quale secondo le occorrenze destinerà loro gli impieghi. Leggiamo del suddetto S. Carlo che osservatasi dalle finestre dell’arcivescovato una fanciulla, poco lontana dallo spirar l’anima, a cui la madre presente non osava accostarsi, nè porgere aiuto, il santo Cardinale avendo egli medesimo veduto il misero stato della povera figliuola, mosso a compassione di lei, fece chiamare una vergine di S. Orsola, che già se gli era offerta per somiglianti bisogni, e la mandò a soccorrere l’infelice moribonda. Entrò coraggiosamente la vergine in quella stanza, e levando di mezzo a due fratelli morti l’agonizzante zittella, la lavò e le fece altri fomenti, con che si riebbe, in guisa che dopo varj altri ajuti fu condotta al lazzeretto e restituita in perfetta sanità. Altrettanto fece nella peste di Lione del 1629, per attestato di Teofilo Rinaldo, un’onesta e generosa vedova, per nome Giovanna Mauris, che inteso esser morti di peste i genitori d’un bambino lattante, corse in quella casa, e preso l’abbandonato fanciullo, diede poscia a lattarlo ad una capra.
La distribuzione delle limosine si farà non dal paroco, ma dai capi d’essa confraternità, o da altri conosciuti per molto fedeli e savj. Che se il paroco dovrà farla egli, abbia in sua compagnia qualcuno d’essi confratelli o altre persone timorate di Dio. E si ricordi ai raccoglitori e distributori che sarebbe reo di colpa mortale chi dispensasse, o ritenesse per sè tali limosine senza necessità, essendo questo un rubare a quei che hanno vero bisogno. Dovrà poi il vescovo, quando la necessità il richiedesse, permettere che s’impieghino in sollievo de’ poveri alcuni legati annui, destinati ad altre opere pie. Raccomandi ancora, se ne conoscesse il bisogno, ai maestrati e deputati, di non lasciar mai abbandonato alcuno o sospetto o infetto, finchè sia vivo, perchè il fare altrimenti è un’indicibile crudeltà. Di più raccomandi loro che per quanto si potrà, non impediscano che i figliuoli ai genitori, i genitori ai figliuoli, e i parenti ai parenti servano nell’infermità o nel sospetto di peste, essendo ciò un ufizio di gran carità e pietà. Anzi accadendo pur troppo che allora molti si avviliscano, e dimentichi delle leggi della natura e molto più di quelle della carità, pensino a salvar solamente sè stessi nel naufragio, senza badare nè al pericolo nè al bisogno de’ loro più congiunti, sarà cura dei parochi e predicatori il raffrenare, per quanto potranno, una tale mostruosità, con rappresentarne la bruttezza, e con inculcare a tutti il debito della gratitudine, e i bellissimi e santissimi insegnamenti della carità cristiana. Ci avvisa qui S. Antonino che il non somministrare quando si possa agl’infetti le cose necessarie al corpo e all’anima loro, est contra charitatem, humanitatem, et cristianam pietatem. E giacchè il Signor Iddio (non si può ricordare abbastanza) nel finale giudizio più d’ogni altra cosa ci chiederà se avremo esercitate le opere della misericordia verso il prossimo nostro, quanto più sarà inesorabile il suo sdegno contra chi nè pure avrà aiutato i congiunti che noi più degli altri dobbiam amare e soccorrere; e quanto più perdonerà il Dio della carità, e darà premj di vita eterna a coloro che, coraggiosi e fedeli, senza lasciarsi atterrire nè da pericoli, nè da incomodi, nè dall’aspetto della morte terrena, avranno assistito con santa unione e pazienza alla cura e al bisogno de’ lor genitori, figliuoli e parenti?
A questo proposito non sarà grave ad alcuno l’intendere ciò che scrive uno degli antichi storici italiani, cioè Matteo Villani, il quale descrivendo la spaventosa peste de’ suoi giorni, accaduta nel 1348, così parla: Tra gl’infedeli cominciò questa inumanità crudele che i padri e le madri abbandonavano i figliuoli, e i figliuoli le madri e i padri, e l’uno fratello l’altro e gli altri congiunti; cosa crudele e maravigliosa, e molto strana della barbara natura, ma molto più detestanda tra i fedeli cristiani, nei quali, seguendo le nazioni barbare ed infedeli, questa crudeltà si trovò. Essendo cominciata nella nostra città di Firenze, fu biasimato da discreti la sperienza veduta di molti, i quali si provvidono, e rinchiusono in luoghi solitarj e di sana aria, forniti d’ogni buona cosa da vivere ove non era sospetto di gente infetta. Ma in diverse contrade il divino giudizio (a cui non si può serrar la porta) gli abbattè come gli altri che non s’erano provveduti. E molti altri, i quali si disposero alla morte per servire i loro parenti ed amici malati, camparono avendo male; e assai non l’ebbono, continuando, in quel servigio: per la qual cosa cadauno si ravvide, e cominciaro senza sospetto ad aiutare e servire l’un l’altro; onde molti guarirono; e guarendo erano più sicuri a servir gli altri. Anche Evagrio nel lib. 4, cap. 28, della Storia narra che in una gran peste molti servendo ai suoi parenti malati, benchè desiderassero anch’essi di morir con esso loro, pure non s’infermavano punto. L’ordine poi della carità richiede che si aiuti prima il padre e l’avolo che gli altri parenti; prima i figliuoli che la moglie; prima i parenti che gli amici; prima chi è posto in estrema necessità spirituale, che il costituito in sola estrema necessità corporale. Finalmente per animar sempre più il popolo a soccorrersi caritativamente in occasione sì propria e di sì grave bisogno, potrebbe il vescovo far dare alle stampe cose pie, spettanti a simili calamità, come un’omelia di S. Gregorio Nazianzeno, due sermoni di S. Gregorio Nisseno intorno al soccorrere i poveri, un sermone di S. Cipriano della mortalità, ed uno sopra la limosina, e così altre omelie del Crisostomo e d’altri SS. Padri che inspirassero e dilatassero la santissima virtù della carità ne’ fedeli, e tutte tradotte in italiano, affinchè il latino non ristringesse il frutto a quei soli pochi che l’intendono.
CAPO VI.
Carità de’ principi verso i lor sudditi. Maggiore si esige dagli ecclesiastici che dai laici e molto più dai benefiziati. Obbligazione dei regolari. Doversi in caso di necessità impiegare anche i vasi sacri. Carità eccellentissima di chi si espone alla cura degl’infetti. Come s’abbiano da preservare tali caritativi.
Ma se, in tempi massimamente di pestilenza, tutto il popolo dee aver tanto a cuore ed esercitare le carità, quanto più poi dovranno averla ed esercitarla i capi del popolo, i principi della terra? Sanno essi che il difendere, conservare e soccorrere i proprj sudditi, è un debito patente del loro grado, e un interesse premurosissimo della lor potenza, e che non possono altronde sperar gloria più grande quanto dal ben soddisfare a questo ufizio. Sanno che il Signor Iddio nel costituirli sopra il popolo gli obbligò a procurare più la felicità di questo popolo che la loro propria; e che appunto dalla conservazione e felicità dei sùdditi dipende la maggiore lor felicità e riputazione. Il perchè, quando s’odono le minacce, o si prova il flagello della pestilenza, i buoni principi prima degli altri sottopongono sè stessi alle leggi ed ai riguardi comuni, per tener lontano questo fiero nemico, e non portare in seno ad alcuno la rovina. Non permettono che i lor ministri, dazj e gabelle sieno d’impedimento alla preservazione del popolo; anzi stimano gran guadagno le perdite loro, se queste possono contribuire alla salute del pubblico. In una parola, siccome veri padri del popolo, non perdonano a spesa, diligenza e premura alcuna, per salvare e sovvenire in tanta calamità la gente, consegnata alla lor prudenza e carità dalla provvidenza divina, come se fossero tanti loro figliuoli.
E qui merita d’essere rammemorato uno dei principi italiani del secolo prossimo passato, per le sue gloriose azioni in occasion di contagio, cioè Ferdinando II, granduca di Toscana. Entrò la peste in Firenze nel 1630, e quel caritativo principe mantenne sempre del suo ed anche con suntuosità i tre lazzeretti allora costituiti. Non cessando poi la strage, si venne finalmente al ripiego di mettere sul principio dell’anno seguente in general quarantena tutta la città, e nello stesso tempo ancora tutti i luoghi del suo distretto; risoluzione che da tutti i saggi fu creduta e provata in fatti per l’unico antidoto che estinse affatto il male. Descritti pertanto gli abitatori tutti colla loro età, condizione e sesso, emanò un editto che chi avea bisogno di vitto dal pubblico, stesse per 40 dì in casa (si allungò poi questo sequestro sei altri giorni di più per arrivare al principio della quaresima) nè potesse sotto qualsisia pretesto uscirne senza licenza de’ deputati. A chi potea vivere a sue spese, era prescritto che un solo ben sano della famiglia potesse, con licenza però del maestrato in iscritto, uscir di casa una sola volta il dì al suono d’una campana, per provvedersi di quello che bisognava, con poter anche andare ai cancelli fuori di tre porte per comperarne dai rustici affatto esclusi. Per i bisognosi erano preparati magazzini di vino, olio, grano, farina, ecc., a’ quali soprintendevano nobili, portandosi alle case d’essi poveri la porzione, cioè per ciascuna persona, senza riguardo di sesso o di età, due libbre di pane, una misura di vino e mezz’oncia di sale ogni dì, mezza libbra di carne ogni tre dì della settimana, e negli altri giorni due uova o talvolta due once di cacio, oltre a certa distribuzione di olio, aceto, fascine, ecc., nel che quella città impiegò rilevantissime somme di danaro. Dì e notte i soldati battevano la pattuglia, e due del maestrato della sanità andavano ogni dì girando a cavallo per udire il bisogno di tutti. Ora durante la suddetta quarantena il granduca Ferdinando, non contento di tanti altri atti del suo amore, che qui tralascio, verso il suo popolo, non lasciava giorno, quantunque la stagion fosse rigida, che anch’egli non passeggiasse per le contrade, consolando i mestissimi sudditi, ascoltando le lor necessità e provvedendo a tutto; atto veramente eroico di un principe vero padre del suo popolo.
È chiara l’obbligazion dei laici di soccorrersi l’un l’altro in tempi di tanta miseria; ma molto più senza fallo dovranno allora accendersi di carità e giovare al prossimo, gli ecclesiastici sì secolari, come regolari. Parla da per sè questa verità, ed è superfluo il citare autori. Per l’obbligo ch’essi hanno di dar buon esempio agli altri, e per debito della lor professione, che è d’essere più virtuosi degli altri, siccome entrati nella sorte ed eredità del Signore, questo medesimo Dio richiede e aspetta da loro nelle calamità della pestilenza ogni ufizio di carità fraterna. Chi può colla roba, dee soccorrere con essa alla miseria del popolo; chi non può con questo, vegga di potere colla persona o in altra forma. I vescovi spezialmente sono a ciò obbligati dai sacri canoni e dai ss. Padri. E per conto della roba, è da ricordarsi che se bene gli ecclesiastici che godono commende, abbazie e benefizj, o semplici o curati, conceduti loro dalla Chiesa, son tenuti in ogni tempo sotto pena di grave peccato a distribuire in usi pii, e massimamente in benefizio de’ poveri, le rendite d’essi beni, con potersi eglino solamente riservare quello che è necessario all’onesto e non pomposo loro sostentamento, pure allorchè infierisce la pestilenza, cresce questo obbligo, dovendo eglino vivere allora più frugalmente che mai, e sottrar molto alle loro comodità, per rimediare in quel che possono ai tanti incomodi ed affanni che il popolo è costretto allora a sofferire. Le rendite della Chiesa, per comune sentenza de’ concilj, de’ ss. Padri e de’ teologi, sono Bona Christi, Pauperum Patrimonia. Quando mai è più proprio il tempo che i poveri godano il frutto di questi lor patrimonj, che nelle estreme necessità e sciagure d’una pestilenza? E quand’anche non ci fosse questa obbligazion precisa, imposta dalla Chiesa, anzi, per così dire, dalla natura stessa, a tutti i benefiziati di qualunque ordine e grado che sieno, dovrebbe essere più che sufficiente a muovere gli ecclesiastici che possono, all’altrui sovvenimento, l’aspetto e la considerazione di tante miserie, nelle quali è allora involta l’infelice plebe, se pur eglino han cuore in petto e si ricordano d’essere servi dichiarati di Cristo, e ministri del vangelo e da chi eglino han ricevuto que’ beni stessi. Ma che sarebbe poi, se taluno del clero, in vece di contribuire le sue sostanze in sollievo de’ miseri, s’industriasse di far anche guadagno sulle sciagure altrui, e facesse servire il suo contribuir soccorsi spirituali al popolo per veicolo de’ proprj temporali profitti?