La seconda classe è di coloro che tosto risentivano rigori di freddo, come i precedenti, e la stessa specie di stordimento, e un dolore di capo aggravante; ma i ribrezzi erano seguitati da un polso vivo, aperto, gagliardo, ma che nondimeno si perdeva per poco che si premesse l’arteria. Questi malati sentivano interiormente un ardore che li bruciava; e intanto il calore al di fuori era mediocre e temperato; la sete era ardente, e per così dire inestinguibile; la lingua bianca, o di un rosso scuro; la parola precipitata, balbettante, impetuosa, gli occhi rossicci, fissi, scintillanti; il colore della faccia d’un rosso molto vivo, e talvolta inclinante al livido; e provavano mali di cuore molto frequenti, benchè assai meno dei precedenti. Il respiro era frettoloso, faticoso, o grande e raro, senza tosse, senza dolore; nausee e vomiti biliosi, verdastri, nericci, sanguinosi; profluvj di ventre della stessa specie, senza però tensione o dolore nel basso ventre; deliri frenetici; orine spesso naturali, qualche volta torbide, nericce, bianchicce o sanguinose; sudori di odore rare volte cattivo, che in vece di sollevare il malato, altro non facevano che indebolirlo; in alcuni casi emorragie, le quali, benchè mediocri, sono sempre state funeste; un grande abbattimento di forze; e soprattutto una sì gagliarda apprensione di morire, che non v’era modo da poter incoraggiare questi poveri infermi, considerandosi eglino dal primo istante del male come destinati a una morte sicura. Ma quello che merita d’essere ben osservato, e che sempre è sembrato caratterizzare e distinguere questo morbo da ogni altro, egli è che quasi tutti avevano dal principio o nel progresso dei buboni dolorosissimi, situati nelle parti del corpo descritte nel lib. 2, cap. 8 del Governo della Peste; come ancora dei carboni, sopra tutto nelle braccia, gambe e cosce; e delle piccole pustole bianche, livide, nere, sparse per tutta la superficie del corpo. Di rado si salvavano i malati di questa seconda classe, ancorchè la durassero un po’ più dei precedenti. Eglino sono periti quasi tutti con segni d’infiammazione cancrenosa, specialmente nel cervello e al petto. E una cosa che parrà singolare fu che quanto più essi erano robusti, grassi, pieni e vigorosi, tanto meno restava loro da sperare.
Quanto ai rimedi, tali persone non sopportavano meglio delle prime la cavata del sangue, la quale, a riserva dell’essere fatta al primiero istante del male, riusciva loro evidentemente nociva. Elle impallidivano, e cadevano, anche nel tempo del primo salasso, o poco dopo, in isfinimenti che non potevano per lo più essere attribuiti ad alcuna paura, ripugnanza o diffidenza, poichè elleno stesse chiedevano con premura che si aprisse loro la vena. Tutti gli emetici, eccettochè l’ipecacuana, erano loro spessissimo più nocivi che utili, cagionando irritazioni e soprappurgazioni funeste, che non si potevano poi calmare, nè fermare. I purganti alquanto forti e attivi tiravano dietro a sè i medesimi malanni. I prescritti sotto forma di tisana rilassativa, come ancora le bevande copiose, nitrose, rinfrescanti e leggermente alessiterie, recavano qualche sollievo, ma non impedivano il ritorno degli accidenti. Tutti i cordiali e sudoriferi, se non erano dolci, leggieri e benigni, non servivano che ad affrettare il progresso delle infiammazioni interne. In fine, se pure ne scampava (il che era ben di rado), pareva ch’eglino non da altro dovessero riconoscere la loro guarigione che dalla sortita del male al di fuori, allorchè questa notabilmente succedeva o per le sole forze della natura, o coll’aiuto dei rimedi tanto esteriori come interiori, che determinavano il sangue a scaricar sè stesso fuori del corpo dal maligno fermento, di cui esso era infetto, nella forma che si dirà più abbasso.
Bisogna anche por mente che un grandissimo numero di differenti specie di malati non risentivano accidenti che molto mediocri, la forza e malignità dei quali pareva assai minore di quella che tutto dì si osserva nei sintomi delle febbri infiammatorie o putride le più comuni, o in quelle che comunemente si chiamano maligne, eccettuati i segni del timore e della disperazione, che erano estremi o nel più alto grado; di maniera che di questo gran numero di malati, che sono morti, pochissimi ve n’ha avuto che dal primo istante del male non si sieno creduti perduti senza riparo, qualunque cosa potessero dire i medici per far loro animo. Anzi non pochi d’essi, quantunque comparissero innanzi all’accesso del morbo con un carattere di spirito costante, coraggioso, e risoluto ad ogni avvenimento, pure appena ne sentivano i primi assalti, che ai loro sguardi e ragionamenti era facile il conoscere quanto eglino fossero convinti che il loro male era irrimediabile e mortale, tuttochè nello stesso tempo nè il polso, nè la lingua, nè il male di testa, nè il colore della faccia, nè la disposizione dell’animo, nè in fine la lesione di qualche altra funzione del corpo umano, indicassero cosa alcuna di funesto, o dessero occasione di predizione così dura.
La terza classe è di coloro che erano bensì assaliti dagli stessi accidenti che sono riferiti nella seconda, ma in guisa che tali accidenti si sminuivano o sparivano da sè stessi al secondo o al terzo giorno, fosse effetto dei rimedi interni, o a cagione della notabile sortita de’ buboni e carboni, nei quali il maligno fermento, sparso nella massa del sangue, pareva tutto raccogliersi, di modo che questi tumori crescendo di dì in dì, e venendo poscia aperti, e giugnendo a suppurarsi, i malati scampavano dal minacciato pericolo, per poco che fossero aiutati. Avvenimenti sì facili indussero i medici a raddoppiar la loro attenzione durante tutto il corso di questo male, a fine di affrettare, per quanto comportava lo stato degl’infermi, l’uscita, l’elevazione, la suppurazione e apertura dei suddetti buboni e carboni, con intenzione di sbrigare il più presto che fosse possibile per tal via la massa del sangue dal funesto fermento che la corrompeva, aiutando la natura con un buon governo e con rimedi purgativi, cordiali e sudoriferi convenienti allo stato presente e al temperamento degli infermi.
La quarta ed ultima classe abbraccia tutti i malati che senza sentire alcuna commozione, e senza che apparisse alcun tumulto o lesione nelle funzioni, aveano dei buboni e carboni che crescevano a poco a poco, alcuni dei quali facilmente giugnevano alla suppurazione, ed altri divenivano scirrosi, e talvolta ancora, ma di rado, si dissipavano insensibilmente senza lasciare alcuna conseguenza fastidiosa; di maniera che senza alcun abbattimento di forze e senza mutare maniera di vivere, si vedeva quantità di tali infermi andare e venire nelle strade e piazze pubbliche, medicandosi eglino stessi con qualche semplice empiastro, o chiedendo ai medici e cerusici i rimedi dei quali abbisognavano per queste specie di tumori suppurati o scirrosi.
Il numero dei malati compresi in queste due ultime classi è stato sì considerabile, che si crede di poter dire senza esagerazione alcuna che da quindici a venti mila persone si sono trovate in tal caso, e che se il male non avesse preso spessissimo questa piega, ora non resterebbe in Marsiglia la quarta parte de’ suoi abitanti.
In fine i rimedj impiegati qui dai medici sono quelli che per la loro efficacia e maniera d’operare vengono giornalmente dalla lunga sperienza commendati, e riconosciuti proprj a soddisfare a tutte le indicazioni rapportate di sopra, non essendosi per altro ommessi alcuni pretesi specifici, come la polvere solare, il kermes minerale, gli elisiri ed altre preparazioni alessiterie comunicate da persone caritative e attente al pubblico bene; ma furono i medici dalla sperienza convinti, che tutti quei rimedj particolari non erano al più al più utili che a rimediare a certi accidenti; ed intanto riuscivano bene spesso contrarj a molti altri, e per conseguente, incapaci di guarire un male caratterizzato da un numero di diversi sintomi essenziali.
Metteremo ora qui i differenti metodi praticati per curare i malati compresi nelle suddette quattro classi. E, quanto a quelli della prima, purchè si faccia un poco d’attenzione alla natura degli accidenti rapportati di sopra, cioè al polso piccolo, ineguale e concentrato, ai ribrezzi del freddo, e al freddo universale, sopra tutto nelle estremità, e ai mali di cuore quasi continui, e a quelle facce piombine, smorte, cadaveriche, all’abbattimento generale di tutte le forze, egli sarà facilissimo (dicono quei saggi medici) di giudicare ch’eglino non avevano a ricorrere se non ai cordiali più attivi e più spiritosi, come la triaca, il diascordio, l’estratto di ginepro, il fioraliso, o sia giglio delle convalli, le confezioni di giacinto, d’alkermes, gli elisiri cavati dai misti, che più degli altri abbondano di sal volatile, le acque triacali e di ginepro, i sali volatili di vipera, d’armoniaco, di corno di cervo, i balsami più spiritosi, in una parola tutto ciò che è capace di animare, eccitare, fortificare; aumentando, raddoppiando e triplicando anche la loro dose ordinaria, secondo che il caso era più o meno pressante.
Tutti questi rimedj ed altri della stessa natura, erano senza fallo proprïssimi a rianimare e risuscitare, per così dire, le forze quasi estinte di quei poveri infermi, e pure (bisogna confessarlo con dolore) si vedevano perire quasi tutti subitaneamente; cosa che confermava il sentimento generalmente ricevuto, che la malignità del fermento pestilenziale è di una forza superiore a quella di tutti i rimedj. Ma essendo che essi medici in alcuni casi particolari ne videro un buon successo, perciò s’apre il campo a presumere (e pur troppo se ne professano essi convinti da una fatale sperienza) che la ritirata, e il non operare della maggior parte delle persone, le quali potevano dar soccorso, e la mancanza del nutrimento, dei rimedj e del servigio, siccome ancora la funesta persuasione d’essere assaliti da un male incurabile, e la disperazione di vedersi abbandonati senza riparo alcuno, tutte queste cagioni unite insieme hanno, più che la violenza del male, contribuito a far perire tanto subitaneamente sì gran numero di malati, non solo della prima classe, ma ancora delle seguenti. Perciocchè a misura che questa mortal paura del contagio è andata diminuendo, e che le persone vicendevolmente hanno dato aiuto l’una all’altra, la fidanza e il coraggio sono ritornati, e in una parola il buon ordine si è ristabilito in Marsiglia per l’autorità, la costanza e la vigilanza del sig. cavaliere di Langeron, per le somme attenzioni del signor governatore, e per le premure continue e infaticabili dei signori Escevini, e da lì innanzi si è veduto diminuire insensibilmente il progresso e la violenza di questo terribile flagello, e i medici hanno provata più felicità nel governo degl’infetti.
Quanto ai malati della seconda classe, la cura d’essi, più che quella dei precedenti, ha tenuto in esercizio i medici a cagione della moltiplicità e varietà degli accidenti, che nello stesso tempo offerivano molte indicazioni tutte meritevoli d’osservazione. Potevano queste ridursi a due principali, che esigevano tanto più d’attenzione e di prudenza, quanto più erano opposte; imperocchè si osservava nel medesimo malato un miscuglio prodigioso di tensione e di rilassamento, di freddo e di caldo, d’agitazione e di sopimento; di modo che erano essi medici obbligati a stare continuamente attenti per cacciare i maligni fermenti chiusi nelle prime vie, o sparsi in tutta la massa del sangue, senza però inferocirli, o a corregerli e a rintuzzarne l’attività, senza però indebolire l’infermo. Bisognava, per esempio, far vomitare, o purgare, senza irritare o consegnare gli spiriti; procurare una libera traspirazione, o il sudore, senza dare troppo moto o infiammare, fortificare senza troppo riscaldare; finalmente temperare senza rilassare: cose tutte ch’eglino procurarono d’eseguire col metodo seguente.