Che se con tutte queste cautele giungesse il morbo a penetrare in qualche chiostro di religiose, al primo indizio d’esso, immediatamente se ne darà avviso al commessario, il qual subito lo spedirà al vescovato e alla congregazione di sanità per provvedere sì dentro come fuori. Quindi farà quanto prima mettere l’infermo nel luogo destinato pel lazzeretto delle infette, e le altre persone, che avran praticato con esso lei almeno quel dì, nell’altro delle sospette. Ammetterà poscia i ministri del pubblico lazzeretto degl’infetti che bruceranno quello che occorresse, e seppelliranno, accadendo la morte, il cadavere fuori del convento, ove sarà creduto bene dal vescovo. Similmente introdurrà gli espurgatori per espurgare subito l’infermeria, o cella, e l’altre robe che ne avessero bisogno. Quando le monache o converse non s’inducessero per carità a servir le infette nel loro lazzeretto, il vescovo penserà se voglia costringerle o pure provveder loro donne di fuori. Niuna delle sane entrerà nei lazzeretti, e nel somministrare il vitto le sane non toccheranno gli arnesi che servono alle infette o sospette. Alla cura di queste verranno i medici, cerusici e religiosi esposti o sospetti del pubblico, entrando i quali tutte le monache si ritirino in luogo appartato. Guarendo le inferme, e avutane la fede dal medico, passeranno poi, senza portar seco cosa alcuna, a fare la quarantena nel lazzeretto delle sospette. Di tutto si andrà comunicando notizia al vescovo, e questi la darà al magistrato secolare per camminar di concerto. Si avrà del pari gran cura che le robe toccate da infette o sospette non entrino in commercio, se prima non saranno state ben espurgate dai ministri pubblici dello spurgo. Lo stesso dovrà farsi alle camere e ad altri luoghi che ne abbiano bisogno.
Avvertasi ancora che occorrendo introdur colà persone straniere o per medicamenti o per altro, dovrà tal cura, per quanto si potrà, appoggiarsi dal vescovo, non ad uomini, ma a donne di conveniente probità e perizia. Posto poi che crescesse l’infezione fra le religiose, allora il vescovo determinerà se sieno da cavarsi fuori di clausura le malate, lasciandovi le illese, o pure le sane, lasciandovi le infette, inerendo alla costituzione di Pio V, che comincia Decori et honestati. Questo ultimo sarà partito più sicuro. Qualunque determinazione però si prenda, converrà trovare a quelle che saranno estratte una decente abitazione, congiunta o vicina, se mai si potrà, al monastero medesimo, ove le religiose verranno accomodate in onesta forma e con una spezie di clausura e coi riguardi e soccorsi convenienti a persone consecrate a Dio. E perciocchè sogliono le monache frequentemente desiderare, ed anche talora senza molto bisogno, l’aiuto del medico, qualora il monastero tutto si sia conservato illeso (ciò milita ancora per quei de’ religiosi e per gli conservatorj de’ poveri e simili gran corpi), potrà entrarvi il medico non sospetto, ma in maniera che non abbia verun commercio nè con robe, nè con persone; ma visiti secondo il costume dei lazzeretti, cioè osservando per quanto sia possibile e ordinando medicamenti in distanza, affinchè egli, tuttochè riputato sano, disavvedutameute non portasse in monastero l’occulta fin’allora infezione sua, forse contratta dal commercio col resto della città. Finalmente prescriverà il vescovo alle religiose quel metodo di orazioni e di opere di pietà ch’egli giudicherà più conveniente ne’ tempi di tanta tribolazione e necessità.
Resta ora da dire che i vescovi, parochi, predicatori e confessori debbono, per quanto possono, non solo impedire anch’essi la dilatazione del morbo contagioso, ma ancora aiutare ad estinguerlo. Faranno perciò conoscere, e il vescovo con suo editto potrà farlo meglio degli altri, uniformandosi ai maestrati, che grave peccato sia il nascondere vesti, mobili ed altre robe infette, e il non denunziarle ai deputati dello spurgo, potendo questa disubbidienza comunicare ad altri e rinovar la pestilenza anche estinta, e recar morte agli stessi possessori, quando tali robe non sieno diligentemente espurgate da chi è atto a farlo. Mostrino ancora (io nol ripeterò mai abbastanza) essere vietato dalle leggi divine e naturali il toccare, contrattare e asportare non solamente le altrui, ma anche le robe proprie infette, e molto più poi il rubarle. Doversi prima denunziare e poi spurgare anche ogni minimo panno sì per la propria, come per l’altrui sicurezza, non essendo capace di assoluzione chi non vuol ubbidire a questo precetto naturale. Data che sia dai maestrati l’impunità ai ladri di simili robe, si persuaderà loro dai confessori l’andarle a rivelare. Che se non fosse peranche stata conceduta questa impunità, non si dovranno essi obbligar tosto a rivelarle e denunziarle in persona, ma si regoleranno i confessori o secondo i dettami del vescovo o pure secondo i consigli della prudenza. L’anno 1633 l’arcivescovo di Firenze proibì sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto, riservando l’assoluzione a sè medesimo, eccettuato l’articolo di morte, il rubare, trasportare, nascondere, tenere in deposito o custodia, maneggiare, vendere o comprare o in qualsivoglia modo contrattare per sè o per interposta persona, direttamente o indirettamente, robe d’altri o proprie appestate o sospette o state in luogo infetto o sospetto di mal contagioso, senza licenza espressa, intervento o permissione dei deputati per la sanità; comandando a tutti i confessori sotto pena di scomunica latæ sententiæ di non assolvere alcuno incorso in tal peccato, senza sua licenza o di alcuni deputati da lui, volendo che, se occorresse qualche dubbio in questa materia, lo partecipassero o seco o coi suddetti, senza palesare nè direttamente, nè indirettamente il penitente, per ricercare que’ rimedj che fossero giudicati opportuni.
Finita poi la peste, allora il vescovo e i parochi rimetteranno in piedi e promoveranno più che mai la pietà e l’estirpazione de’ vizj, perciocchè talvolta forse più di prima ve ne potrà esser bisogno. Certo in molte terre e città la sola terribile scuola de’ gastighi di Dio ha fatto per lo più riformare i costumi; ed avendo gli uomini conosciuto meglio di prima che c’è Dio e che non si può sperar felicità dai peccati, nè far capitale in questa miserabile e caduca vita del mondo, si sono dati alla pietà e alle virtù con una santa perseveranza. Ma in qualche paese, benchè paia poco verisimile, pure la verità è che dopo la pestilenza comparve questo mostro, cioè che gli uomini in vece d’essere diventati di miglior coscienza e più timorati di Dio e più amatori del prossimo, pel flagello che aveano veduto ed anche provato, pure si mostrarono più perversi e peggiori di prima in ogni conto e in ogni iniquità, e non meno i poveri che i ricchi, quasi che paresse loro, superato quel gran pericolo, di non dover più morire, nè di dover più temere l’ira di Dio, o pure si credessero di aver da compensare la malinconia passata con ogni sorta d’allegria anche disordinata e con lo sfogo di tutti i loro appetiti. Matteo Villani, il cardinal Federigo Borromeo ed altri scrittori, testimonj oculati ed autentici di tale mostruosità, non mi lasciano mentire. Ed ecco la gratitudine che usano alcuni cristiani al proprio Dio per la parzialità de’ benefizi ch’egli ha usata verso di loro. Sarà pertanto incumbenza del vescovo, allorchè si scorgerà ben quetata ed estinta la pestilenza, l’intimare ed ordinare tre giorni di divozioni e processioni, non guidate dall’allegria, ma dall’umiltà e dalla compunzione, per un solenne ringraziamento all’Altissimo dall’essersi egli finalmente lasciato cader di mano il flagello meritato dai peccati degli uomini. E qui verrà in acconcio ai predicatori d’esortar tutti ad essere da lì innanzi fedeli ed attaccati a Dio, esponendo le obbligazioni che il popolo preservato in vita ha verso la divina misericordia, e con inveir poi particolarmente contra chi non s’è emendato peranche, o pensa più che prima a soddisfare alle sue passioni, senza curarsi dello sdegno di Dio e senza voler apprendere che quel gastigo ed altri possono tornar di nuovo e presto, siccome è altre volte avvenuto, e che il non profittar dei flagelli è uno dei più chiari indizi che si vuole ad onta di Dio dannare e perdere l’anima per sempre. Vedesi un libricciuolo esquisito, composto dopo la peste da S. Carlo col titolo di Memoriale, stampato nell’Acta Mediolanensis Eclesiæ, con tutte le altre accurate istruzioni che quel zelantissimo e santo pastore lasciò scritte per simili tempi calamitosi.
Farò io qui fine con dire, che per quante regole e rimedj io abbia raccolti in questo trattato a fine di tener lungi o di scacciare la peste, io non ho però insegnato tanto da assicurare alcun paese o persona da così fiera tempesta. Nei pericoli e nei disordini massimamente d’una pestilenza non si può dai magistrati preveder tutto, nè proveder tutto. La medicina anch’essa, arte in tanti altri mali incerta e cieca, molto meno ci può promettere immunità in questo che è sì fiero, e che porta seco tante stravaganze che indarno l’umano intelletto studia per trovarne la sorgente e i rimedj. Anzi si è osservata tante volte e si osserverà di nuovo una cosa che dee affatto confonderci tutti; cioè, che le stesse provvisioni politiche e gli stessi rimedj della medicina son quelli talvolta che aiutano la peste o a dilatarsi maggiormente, o a levar dal mondo assai persone, le quali probabilmente senza tante invenzioni della prudenza e speculativa umana avrebbono schivata la morte. La conclusione dunque si è, non dover già i magistrati e la prudenza di ciascuno, lasciar mettere in opera quanti documenti e mezzi si credono più propri per salvare il pubblico e sè stesso, da questo miserabile infortunio; ma dover molto più noi metterci tutti nelle mani di Dio, dispensiere dei beni e dei mali anche sopra la terra, e che, secondo il suo beneplacito, può disporre dei giorni della nostra fugace vita terrena. Questo ha da essere non l’ultimo, ma il primo dei rifugi; questa è l’âncora a cui dobbiamo attenerci tutti. Abbassiamo dunque il capo, vili creature che siamo, adorando la sua divina provvidenza e considerando che noi tutti dal canto nostro abbiam dei peccati, e molti e grandi; e che non farà mai torto a noi il nostro supremo Padrone con qualunque flagello ch’egli ci mandi. Pensi ciascuno come egli abbia trattato Dio ne’ tempi della prosperità, della sanità, della ricchezza. Superbissimi vermi della terra, allora più che mai ci siamo dimenticati di lui, anzi abbiam calpestata pazzamente la sua santissima legge. Diciamolo dunque ora e diciamolo sempre tutti: Justus es, Domine, et rectus judicium tuum. Che se durante l’età nostra si degnerà la sua bontà di farci solamente udire in lontananza il fischio della sua spada sterminatrice, impariamo a far profitto degli esempj altrui, e con ricordarci che al Signor non mancano altri flagelli e che noi siam degni di tutto, emendiamoci, e mettiamci cadauno in quella via, ove brameremo che il Signor Iddio ci trovi alla morte, la quale infallibilmente ha da venire o tosto o tardi, ma che sempre verrà più presto di quel che crediamo. Che se altrimenti avvenisse, impieghi ciascuno e studio e preghiere a Dio per impetrare, e preparare una santa rassegnazione ai voleri del medesimo Dio per tutte quelle avventure che piacesse a lui di mandarci nel tempo che ci resta di vita. Miseri di noi che o non intendiamo, o troviam troppo dura questa mirabile lezione dei santi, anzi questa dottrina dello stesso Dio. E pure se abbiam qualche discernimento, non possiamo non conoscere ancor noi per certissimo che l’unica e vera strada di godere una dolce e stabile contentezza di cuore in questa abitazione terrena e in tutti i tempi, si è quella di conformare la nostra alla volontà di Dio, siccome protestiamo ogni dì nell’Orazion dominicale, e di bramare che sia fatto in tutto e per tutto, non il nostro, ma il volere del nostro celeste Padre, che sempre è rettissimo e sempre torna in bene de’ buoni figliuoli che in lui si rassegnano. Le tribolazioni, la pestilenza, la morte, al solo pensarle, non che al vederle o provarle, empiono di malinconia o trafiggono il cuore a tanti di noi, perchè si oppongono al nostro volere; ed appunto per questo sono o son dette mali nel mondo. Ma chi non vuole se non il gusto del suo Signore, si trova sempre in pace, aspettando senza pena e ricevendo ancora con allegria gli stessi travagli, e il fine stesso de’ suoi giorni, perchè ciò s’accorda col proprio volere tutto attaccato a quel del sommo padrone, e si uniforma al non desiderar altro, se non che sia fatta come in cielo, così anche in terra la volontà divina. Prudenti dunque e felici quelli che per tempo si danno tutti a Dio e si riposano in una coraggiosa e pia rassegnazione ai voleri dell’Altissimo, mettendosi tutti nelle sue pietosissime mani. Questo è un farsi anche presso di lui un indicibile merito, essendo certo che in un tal atto si contiene un atto eroico di fede, di speranza e d’amor di Dio, virtù che sono l’anima del vero cristiano. Beati in somma quei che imparano per tempo a dire, e dicono sempre di cuore: Ego autem in te speravi, Domine: dixi: Deus meus es tu: in manibus tuis sortes meæ. — Ora io, o Signore, ho riposta in voi ogni mia speranza. Ho detto: Voi siete il mio Dio, il mio padrone. Fate di me quel che volete. In mano vostra stanno le sorti mie. Egli intanto col suo unigenito figliuolo Cristo Gesù, Signor nostro, e con lo Spirito Santo, sia, non meno nelle prosperità nostre che nelle nostre avversità, benedetto, amato e glorificato da noi e da tutti, per tutti i secoli de’ secoli. E così sia.
FINE.
RELAZIONE DELLA PESTE DI MARSIGLIA PUBBLICATA DAI MEDICI CHE HANNO OPERATO IN ESSA
CON ALCUNE OSSERVAZIONI
DI L. A. MURATORI.
Non sarà inutile ai lettori che io presenti loro il compendio di una Relazione francese intorno al terribil contagio, da cui non è per anche ben libera la misera città di Marsiglia, affinchè meglio impari il pubblico a conoscere l’atrocissimo nemico che va desolando la Provenza e che fa tremare tutti i vicini; e, conosciuto che l’abbia, ognuno si accinga a quelle diligenze e rigori che possono tenerlo lungi dall’Italia. Fu composta la Relazione suddetta dai signori Chicoyneau, Verny e Soullier, medici di Mompelieri, i quali spediti in soccorso di quella città, con incessante zelo hanno assistito alla medesima in tanta calamità, con avere anche diligentemente notato gli accidenti e sintomi d’essa peste, e i tentativi da loro fatti per curarla. Fu creduto bene di pubblicarla colle stampe in Marsiglia stessa dopo il dì 20 dicembre del 1720, e venne essa immediatamente ristampata in Torino per pubblico bene. Ecco ciò che ho creduto opportuno di tradurre per istruzione ancora degl’Italiani.
Tutti i malati di peste in Marsiglia possono ridursi a quattro classi.
La prima, osservata specialmente nel primo periodo, e nella più gran foga del male, era assalita dai seguenti sintomi. Cioè si notavano in tali persone dei rigori sregolati di freddo, un polso picciolo, molle, raro o pure frequente, ineguale, concentrato; una pesezza di testa sì considerabile, che il malato stentava molto a tenerla su, parendo egli occupato da uno stordimento e da una turbazione simile a quella d’una persona ubbriaca; la vista fissa, appannata, che mostrava lo spavento e la disperazione; la voce tarda, interrotta di quando in quando, lamentevole; la lingua quasi sempre bianca, sul fine secca, rossiccia, nera, ruvida; la faccia pallida, di colore piombino, sparuta, cadaverosa; de’ mali di cuore frequentissimi; delle inquietudini mortali; un abbattimento e abbandonamento generale, degli sfinimenti, de’ sopimenti, delle voglie di vomitare, de’ vomiti, ecc. Le persone in tal forma assalite morivano ordinariamente nello spazio di alcune ore, d’una notte, d’un giorno, o al più al più di due o tre, come per consumamento degli spiriti, talvolta con moti convulsivi e tremori, senza che apparisse al di fuori alcun tumore o macchia. Egli è facile a giudicare da tali accidenti che infermi di tal fatta non erano in istato di sostenere il salasso. E in fatti coloro coi quali si è tentato questo rimedio sono mancati di vita poco tempo dopo. Gli emetici e i purganti riuscivano loro egualmente inutili, e sovente nocivi con effetto funesto. I cordiali e sudoriferi erano i soli rimedi ai quali si ricorreva, ma che nondimeno a nulla servivano, o che al più facevano prolungare di qualche ora gli ultimi momenti.