Per conto del curare i carboni, trovarono essi medici, tal sorta di tumori in un grandissimo numero d’infermi di tutte le classi, benchè meno frequentemente che i buboni; e si osservavano anche bene spesso nella medesima persona tutte e due queste eruzioni. Comparivano essi a tutta prima in forma d’una fistola o di un tumore bianchiccio, giallognolo o rossiccio, pallido nel suo mezzo, o di colore tendente al rosso scuro, che diveniva insensibilmente nericcio, con crosta, specialmente ne’ contorni.
S’intraprendeva tosto la cura d’essi carboni per via di scarificazioni, facendo dei tagli a diritta e a sinistra, nel mezzo e ne’ contorni, fino alla carne viva. E posto che l’escara fosse grossa e callosa, si forava con portar via tutta la grossezza e callosità, per quanto la situazione delle parti poteva permettere.
Non credettero que’ saggi medici a proposito l’adoperarvi de’ cauterj attuali o potenziali, perchè avendoli usati sul principio, osservarono che producevano delle infiammazioni sì considerabili, che ne seguitava poco appresso la cancrena. Il cauterio potenziale non riusciva bene che per i piccioli carboni, i quali guarivano quasi, senza verun soccorso. Dopo avere scarificati questi tumori, vi si applicavano sopra de’ piumacciuoli carichi di un buon digestivo, come si costumava anche per i buboni, con questa differenza, che ne levavano gl’ingredienti che fanno marcire, adoperando solamente triaca, trementina, balsamo d’arceo, olio di trementina. E posto che vi fosse della corruzione, vi si aggiungevano le tinture d’aloè, di mirra, di canfora, ecc.
Su i piumacciuoli si mettevano cataplasmi emollienti, anodini o spiritosi e risolventi, come sopra i buboni, secondo la diversità delle indicazioni. Nel suo proseguimento si faceva la stessa cura ai carboni che ai buboni, conforme all’esigenza dei casi. E se nel corso della suppurazione le nuove carni erano di tanta sensibilità che i digestivi applicati vi cagionassero un dolore vivissimo, come spesso accadeva, si sostituivano piumacciuoli carichi di unguento nutritum con riportarne tutto il buon successo che se ne sperava.
Il metodo per la cura dei malati della quarta classe era lo stesso che degli antecedenti, nè merita particolar menzione. Intanto il detto fin qui potrà bastare per istruzione ai giovani medici e cerusici, caso mai (il che Dio non voglia) avessero da governar gente infetta di peste, e nello stesso tempo affinchè il pubblico sappia quale speranza egli abbia a collocare in certi metodi particolari e in certi pretesi specifici sì vantati dal popolo e da alcuni empirici.
Finalmente con lettera sua a parte aggiugne il signor Chicoyneau, cancelliere dell’università di Montpellier (cioè uno dei tre suddetti medici inviati in soccorso di Marsiglia, che fino al dì 20 dicembre, 1720, assisterono continuamente alla cure di quel povero popolo, e fecero la relazione riferita fin qui), ch’egli non entra ad esaminare la cagion primaria d’un male sì funesto, persuaso che nulla si possa dire intorno a ciò che non sia molto problematico; e che tutto quello che ne hanno scritto gli autori e i più valenti fisici è puramente un’ipotesi, e a nulla può servire per la guarigione degl’infermi. Perciò soggiugne egli che necessariamente convien contentarsi di por ben mente alle cagioni evidenti che sono effetti della cagion primaria, essendo queste cagioni evidenti indicate dai sintomi del morbo.
Per altro dice egli che dopo molte sue riflessioni ed osservazioni sopra il contagio, egli non è affatto persuaso che questo male si comunichi per contatto, ma ben più tosto per via di miasmi o corpicciuoli, i quali scappano fuori o dalle mercatanzie infette, o dalle viscere della terra, o da qualche sorgente superiore, e che si spargono per l’aria, o, mischiati con gli alimenti, producono i lor funesti effetti sopra i corpi e spiriti mal disposti; di maniera che la ripienezza, le crudità, le passioni dell’animo, e sopra tutto il terrore, la tristezza, e l’agitazione degli spiriti danno a questi corpicciuoli forza di operare con tanta malignità. Anzi asserisce egli di non aver osservato caso alcuno di peste in Marsiglia (nella quale città nondimeno egli aveva veduto perire di tal morbo quasi 50 mila persone) che non se possa attribuire con più giusto titolo ad alcuna delle suddette cagioni, più tosto che al contagio. Finalmente scrive egli d’aver assistito con molti suoi colleghi medici, dappoichè giunse in quella città, a un grandissimo numero d’appestati, e ch’eglino gli aveano toccati, maneggiati ed esaminati, come se questo fosse stato un male ordinario senza provarne alcun sinistro effetto, e col non prendere altra precauzione che quella di fare un solo pasto per giorno all’ora del pranzo, essendo eglino per altro persuasi che tutti i preservativi che si è costumato di praticare in simil caso sono più tosto nocivi che utili. Così il signor Chicoyneau.
OSSERVAZIONI Intorno all’antecedente Relazione.
Ora io aggiugnerò che quantunque sia verissimo che nulla suol influire alla guarigione degli appestati il disputarsi fra i medici qual sia la cagione primaria di questo morbo desolatore; tuttavia chi potesse penetrare nella cognizione de’ suoi veri primi principj, potrebbe anche giovare assaissimo al pubblico, se non per la cura, almeno per la preservativa. Anzi bisogna guardarsi di non istabilir qui, e in trattando ancora delle cagioni seconde e delle maniera di operare di questo morbo, massima alcuna che tornasse poi in danno al pubblico. Perciocchè quando non sia evidente il sistema che possa formare taluno intorno alla pestilenza (il che non avverrà giammai), ragionevol cosa è che citiamo più tosto col volgo in ben custodirci anche più di quel che conviene, che in seguitare le opinioni filosofiche con pericolo di non difenderci abbastanza. Dico ciò, perchè, a udire il signor Chicoyneau dubitante, se tal morbo si comunichi per contatto, ma par questo un quasi far coraggio alla gente che si vadano ad appestare. Certo è che per contatto e contagio intendiamo il toccarsi insieme de’ corpi, ed è lo stesso in tal caso il toccarsi un corpo umano, o un panno infetto di peste, che il toccare gli spiriti pestilenziali che sino a una tal distanza possono diffondersi da quel corpo o panno. Ma se noi mettiamo che non dal contatto di queste cose infette proceda l’appestarsi d’un uomo poco prima sano, egli potrà liberamente e senza precauzione praticare con infetti e maneggiar robe appestate, senza timore che gliene abbia a venir male. Ma questa opinione il buon popolo, e molto più i saggi, hanno da cacciarla via colle pertiche, anche senza esaminarla, non essendo saviezza il farne, senza necessità, la sperienza con pericolo della propria vita. E tanto più poi perchè non si sa intendere come mai venga nè pure in pensiero a persone che riflettano alquanto ai passi d’una peste, ch’ella non si comunichi per contatto o contagio. La peste de’ buoi l’abbiam veduta; e ciò che avviene in tal disavventura a quella specie di animali, è un vivo ritratto di quanto è altre volte succeduto e può succedere di nuovo agli animali ragionevoli. Si toccava con mano che le tali e tali stalle erano infette, perchè per la vicinanza del morbo o esse bestie avevano conversato con altre ammorbate, o pure con uomini che aveano praticato con buoi appestati. Le lontane si salvavano; e se in siti remoti saltava su un sì micidial malore, indagando si trovava la maniera e via per cui era stato portato colà. E l’aver subito sequestrate le bestie infette e gli stessi padroni, con far loro dì e notte le guardie, non solo tratteneva che il male non s’inoltrasse, ma giunse ancora ad estinguerlo in alcune stalle nel cuor del paese, dove era passato sul principio (e se ne sapeva il come) allorachè si faceva men diligenza per impedire la comunicazione degli infetti co’ sani. Salvossi in tal maniera la maggior parte del ducato di Modena e di Reggio, con evidente documento che, tolta essa comunicazione, cioè il contagio o contatto, venivano anche tolti i piedi al morbo per avanzarsi. Altrettanto visibilmente accade anche oggidì in Provenza nella fiera mortalità degli uomini, ed accaderà in tutt’altro paese. La vera peste non nasce come i funghi, nè ha l’ali di volar lontano se non gliele prestano gli uomini stessi.
E però su tal riflessione dee maggiormente animarsi lo zelo dei principi e de’ maestrati d’Italia a procurare che il morbo desolatore della Provenza, il quale per via di contatto si va sempre più dilatando per quelle contrade, non valichi l’Alpi, e non riduca in solitudine anche le città e campagne d’Italia. Supposto sempre l’aiuto potentissimo di Dio, si può tener lungi un sì tiranno avversario. Se le diligenze umane han fatto che per lo spazio di novant’anni la Lombardia, la Toscana ed altre parti d’Italia si sono preservate dalla peste, e se ne preservarono infin quando nel 1656 le città di Roma, Napoli e Genova provarono questo terribil flagello, perchè non potrà sperarsi il medesimo felice effetto anche oggidì, se metteransi in opera quelle diligenze e que’ rigori che non sono mai abbastanza in casi di tanta necessità e interesse del pubblico? L’esempio è notabilissimo, e tale da far di nuovo coraggio ai nostri medesimi tempi e paesi, purchè oggidì si adoperino quelle sbarre che saggiamente furono in altri tempi usate. Ma se si addormenterà chi è obbligato ad abbondare in vigilanza, se non si metterà una forte briglia all’ingordigia del privato interesse, se si vorrà lasciare aperto il passo a merci straniere, benchè non necessarie, procedenti da paese sospetto, affinchè le gabelle e dogane non patiscano danno; la desolazione pur troppo verrà, cioè per non perdere un poco si perderà tutto, e arriveremo a mirare quella grande scena che fa ora tanta paura, e pure non par temuta abbastanza da chi potrebbe e dovrebbe far molto per tenerla lontano, e forse nol fa.