Un’altra massima de’ medici che hanno operato in Marsiglia, è quella di attribuire tanta rovina nel genere umano a varie altre cagioni, più tosto che al contagio. E tali cagioni sono, secondo essi, l’indisposizione de’ corpi e degli spiriti animali dell’uomo, cioè la troppa copia o crudezza degli umori, le passioni dell’animo, e sopra tutto il terrore e la tristezza. Incontrandosi in corpi e spiriti sì mal disposti certi corpicciuoli e miasmi che escono da merci infette, o dalle viscere della terra, o da qualche sorgente superiore (vorran dire gli influssi delle stelle) e che volano per l’aria, o si mischiano con gli alimenti, se ne produce, secondo essi, il terribilissimo morbo e la morte di tanti, in guisa che più tosto all’indisposizione interna degli uomini, che alla maligna attività di quei corpicciuoli s’hanno da imputare questi mortiferi effetti. Primieramente si vuol rispondere che l’attribuire la cagion della peste alle costellazioni (se pure d’esse si parla), è sentenza oramai troppo rancida, conoscendosi chiaramente che la forza delle stelle non fa all’improvviso uscir fuori la vera peste in qualche paese, s’ella non vi è portata da un altro già infetto. Nè può credersi che escano dalle viscere della terra i corpicciuoli pestilenziali, siccome nè pure che entrino mischiati con gli alimenti nell’uomo, perchè niuno in tal sistema sarebbe sicuro, anche astenendosi dal praticar persone o robe infette; il che è contrario alla sperienza e all’asserzione d’innumerabili autori che si sono trovati a questo medesimo fuoco. Ed ultimamente il signor Bartolomeo Corte, dottissimo medico di Milano, in una sua lettera quivi stampata intorno alle Cagioni della peste ha assai concludentemente provato non poter venire la peste nè dall’aria, nè dai nutrimenti cattivi.
Secondariamente godo io che que’ valenti medici rilevino e facciano ben ravvisare i cattivi effetti del terrore, della tristezza e dell’altre passioni dell’animo, allorachè la pestilenza arriva con mal talento di spopolare le città. Imperocchè, abbattuti gli spiriti animali nell’uomo e tolto l’equilibrio agli umori del corpo, riesce facile al morbo l’entrare in una piazza sì mal difesa e l’atterrarla anche prestissimo. Perciò colla scorta di moltissimi altri autori ho anch’io nel Trattato del Governo della Peste sommamente raccomandato, e più d’una volta, l’armarsi allora di fiducia, di coraggio, di persuasione di non dover essere colto dal male, e di guardarsi con particular cura dalla tristezza, dalla paura, dal terrore, dalla disperazione; poichè questi abbattimenti d’animo fanno la strada all’abbattimento ancora della vita del corpo. Quand’anche non fosse vera tale opinione, pure non potendo essa dall’un canto nuocere, e potendo forse dall’altro giovare assaissimo, ottimo consiglio sarà sempre il tenerla e figurarsela per vera. E quantunque, presa che si sia la peste, non paia che sia da attribuirsi, siccome vorrebbono i medici suddetti, la morte delle persone alla funesta persuasione che il male sia incurabile, o alla disperazione, o ad altre simili gagliarde passioni dell’animo, essendochè il terrore, la malinconia, ed altre perniciose affezioni sono effetti quasi inseparabili del morbo preso, che è micidiale, e non già cagioni ch’esso morbo diventi micidiale; tuttavia gioverà ancora sposare sì fatta opinione, perch’essa in fine può recare singolar giovamento e non mai nocumento agl’infermi. Certo noi veggiamo che il solo terrore, anche senza la peste, cagiona di gravissimi sconcerti nella sanità delle persone; e l’abbandonarsi poi un malato a questa e ad altre somiglianti passioni, può dare il tracollo a ogni speranza di riaversi. All’incontro il coraggio serve a rinforzare i conati che fa la natura per iscaricarsi del nemico interno. Servirà a ciò l’esempio degli stessi medici che hanno operato in Marsiglia, i quali, ancorchè continuamente conversassero con appestati e li maneggiassero, nè usassero particolari preservativi, pure si son salvati in mezzo a sì fiero conflitto; e ciò a cagione, per quanto essi sostengono, dello sprezzo ch’essi facevano di quel male, e del coraggio che rinforzando i loro spiriti, li rendeva abili a resistere agli spiriti pestilenziali, e a non risentirne offesa. In somma, secondo tale opinione, avviene lo stesso nel conflitto della peste che accade nella guerra; chi ha più cuore e men paura d’ordinario non è vinto, e vince gli altri. Che se la filosofia non sapesse ben trovarne la ragione, e movesse qui di grandi difficoltà, poco importa; anzi sarà sempre meglio il fortificare, che il tentare d’abbattere una sì fatta sentenza, perchè sentenza utile, e non pregiudiziale ad alcuno.
In terzo luogo. Ma non si può, ne si dee già menar buono al signor Chicoyneau ch’egli metta per più nocivi che utili tutti i preservativi che si costumano in tempo di peste. Si esalti pure qual preservativo gagliardo il suddetto coraggio; ma escludere poi tutti gli altri, questo è troppo; e una tal massima potrebbe tirarsi dietro delle conseguenze sommamente funeste. Non v’ha dubbio, di tanti preservativi per la peste, de’ quali è fatta menzione ne’ libri che trattano di questo argomento, moltissimi saranno inutili, ed alcuni ancora nocivi, siccome anch’io ho accennato nel Governo della Peste; ed alcuni ancora utili, perchè usati troppo spesso, o in troppa quantità, potranno divenir pregiudiziali alla salute. Ma non per questo s’hanno da screditare e sconsigliare universalmente alla rinfusa. Con tutto il nostro bel dire egli non è certo che il coraggio, la fidanza e l’intrepidezza sieno bastevoli a difendere il corpo umano dagli assalti di questo potentissimo e feroce avversario. Adunque esige la prudenza che aggiugniamo a questo anche altri preservativi, o esterni o interni, i quali maggiormente si trovino commendati dalla sperienza e dai saggi, a fine di ottenere con più sicurezza il grande intento di salvare la vita d’un uomo. Purchè sieno riconosciuti per incapaci in sè stessi di nuocere, e si prendano colla dovuta moderazione, e solo nella necessità; che male si farà a valersene, quando, per parer d’altri e per fondate ragioni, si può credere o sperare che riescano di giovamento? Troppo distruggono queste nuove opinioni; e il saggio ha da adoperarle con discretezza, altrimenti è da temere che si paghi caro, cioè con lasciarvi la vita, la troppo poca stima delle opinioni de’ vecchi e dei preservativi innocenti in tante altre pesti adoperati, e giudicati giovevoli. Meglio è fallare moltiplicando senza bisogno i riguardi e i ripari, allorchè si tratta d’un sì poderoso nemico, che trascurandoli o sprezzandoli tutti per bizzarria d’opinioni. E però sia bensì l’intrepidezza uno de’ preservativi, ma non sia sola; e si ponga mente anche ad altri mezzi che sempre più potranno custodire illesa fra’ pericoli la salute del corpo.
In quarto luogo merita d’essere e ricordata e lodata, siccome molto ingegnosa, l’opinione d’alcuni dottissimi uomini dell’età nostra, che son d’avviso consistere la peste, non meno de’ buoi che degli uomini, in certi maligni sottilissimi vermicciuoli che corrompono il sangue e gli umori del corpo, e che la propagano col moltiplicarsi e insinuarsi ne’ panni e nelle persone di chi vi si accosta. Così hanno creduto, per tacer d’altri, il celebre P. Kirchero e il vivente rinomatissimo signor Vallisnieri; e non ha molto in Milano l’ha sostenuta il soprallodato signor medico Corte in una sua lettera stampata intorno alle cagioni della peste. Ma per quanto accennai nel lib. 2, cap. 10 del Governo della Peste, è ben soggetta a molte difficoltà una tale sentenza. Imperocchè traspirando pei fori della gente appestata corpicciuoli atti ad infettar altre vicine persone, ed essendo anche portati per l’aria, con restarne in qualche maniera impregnato l’ambiente degli infetti, bisogna per conseguente ammettere una mirabil sottigliezza in questi pretesi vermicciuoli, e farli volare per aria vivi e compiuti, e dar loro quella mole stranamente minuta che noi diamo agli spiriti che escono del corpo. Io vo’ mettere che non sia assurdo l’immaginare, nè impossibile il trovare di questi per così dire atomi animali, incomparabilmente minori degli acari, ma certo è difficilissimo il provare o mostrare che esistano o sieno essi i promotori e disseminatori della peste. Che se si trovano vermi ne’ corpi appestati, forse non ne vanno senza gli umori del corpo anche fuori de’ tempi di pestilenza, ed anche in sanità. E poscia sì fatti vermi dovrebbono appellarsi effetti più tosto che cagioni d’esso morbo, e tanto più perchè, osservati in qualche persona infetta, non saranno mai di quella estrema mirabil minutezza che necessariamente bisogna supporre in essi, se hanno da galleggiare, o sia nuotare e muoversi per l’aria. Oltre di che se il sangue o altri fluidi sono il loro elemento, come poi ne vivono fuori? Come si mantengono vivi in panni e merci per molto tempo? E ciò sia detto col rispetto dovuto ai filosofi di tanto nome, e alla loro, se non vera, certo giudiziosa sentenza, potendo essere ch’eglino sapranno ben dileguare queste ed altre difficoltà che potrebbono farsi; benchè in fine poco giovi e poco importi se sieno animati o inanimati que’ sottilissimi corpicciuoli che van facendo tanta strage sulla terra, perchè in tutti e due questi sistemi l’hanno fatta, e la faran tuttavia.
Intanto verrò io dicendo che dovendo noi cercare non il nuovo, ma il vero, sembra più probabile e fondata, e soggetta a men difficoltà, l’opinione antica e corrente, cioè: altro non essere la peste che corpicciuoli, effluvj, atomi e particelle sottili e velenose, le quali, o sia, come anch’io credo, sempre vivo il loro seminario nei vasti paesi dell’Asia e dell’Affrica, che ne vanno regalando talvolta anche l’Europa, o sia che essi talvolta spuntino fuori per accidental corruzione in qualche popolo, penetrano nelle interne parti dell’uomo, ed ivi con subitanea ferocia sconvolgendo gli umori e atterrando gli spiriti, cagionano quei tanti sintomi che sono descritti nella Relazione di sopra, conducendo in tal guisa le persone a pagare con gran fretta il tributo della natura, se pure non le aiuta il benefizio degli emuntorj, a’ quali tenta naturalmente la massa del sangue infetto di condurre il maligno fermento per isgravarsene. Non occorre cercare se questi velenosi corpicciuoli sieno di arsenico o d’altra sorta di veleno. Basta sapere che possono appellarsi veleno, da che producono lo stesso effetto che il veleno; e può dirsi che fra tanti veleni, tutti possenti ad atterrar l’uomo, la peste ne sia uno che formi una sua specie particolare. Se crediamo al signor Chicoyneau, la forza d’uccidere non è già in questi corpicciuoli, ma sì bene loro la dà la mala disposizione de’ corpi umani, ne’ quali per avventura abbiano essi l’adito. Non mi metterò io a negare risolutamente questa partita; anzi dirò di giudicarla assai probabile, per non dir certa, ma in forma differente da quello che crede il medico suddetto. Per cattiva disposizione egli intende il trovarsi nel corpo umano troppa copia di sangue o d’altri fluidi, o pure questi indigesti e crudi, ovvero l’animo tutto sconvolto da qualche gagliarda passione. Io per me tengo che un’altra più larga e a noi occulta disposizione d’umori e di spiriti si richiegga nell’uomo, affinchè gli effluvj pestilenziali possano ivi esercitare la loro attività. Perciocchè alcuni, anche paurosi, anche melanconici, anche malsani, non risentono verun danno dal praticare con appestati; e coloro che son colpiti una volta da questo atrocissimo morbo, e ne guariscono, d’ordinario sono sicuri di non provarlo più. Lo stesso avviene de’ vaiuoli, della rosolia, e di simili morbi, che non cagionano i lor maligni effetti nel corpo umano, se prima in esso corpo non trovano una disposizione che è incomprensibile a noi ed occulta. E può osservarsi il medesimo arcano in altri morbi epidemici, endemici e sporadici. Ora io crederei più proprio e più fondato il dire che i corpicciuoli pestilenziali quei sono che seco portano l’abilità e forza di sconcertare ed abbattere il microcosmo umano, e non già che loro la somministri l’interna cattiva disposizione dell’uomo, avvegnachè senza tal disposizione non sogliano essi far uso della lor fierezza. Quello che più importa si è, che dovendo ogni persona in tempi di peste dubitare e temere di portare dentro di sè una disposizione a contraere questo terribil male, dee per conseguenza camminar con riguardo, e molto più studiosamente cercare di preservarsi, che non fa chi, non avendo mai provato i vaiuoli, desidera anche di non provarli giammai.
Ma un’altra rilevantissima osservazione vo’ io qui aggiugnere, accennata già nel Governo della Peste, non che io osi tenerla e spacciarla per certa e indubitata, ma perchè a me sembra almeno probabilissima, e da avervi particolar attenzione in tempi di tanta miseria. Coloro che non hanno allora bisogno alcuno di trattar con gente infetta o sospetta, stieno pure alla ritirata, abbondino in preservativi anche inutili, e studino tutte le cautele anche superflue e vane; che in fine meglio è, trattandosi d’un sì feroce nemico, eccedere nella troppa che nella troppo poca difesa. Ma tanti altri ci sono, che per necessità o del loro impiego caritativo, o del vitto, non possono a meno di non conversare con appestati, e debbono toccarli e maneggiarli: ora che preservativi debbono essi portare con seco? Quanti ne possono, rispondo io, ed anche una carretta; ma insieme aggiungo, inclinar io forte a credere che si debba ridurre, e si riduca in fatti, ad un solo punto il gran segreto per preservarsi dalla peste (anche trattando con chi ne è già tocco, anche stando in mezzo alle città appestate), cioè al saper difendere dagli spiriti ed effluvj pestilenziali le due porte della umana respirazione, voglio dire il naso e la bocca. Il che dicendo, non escludo mai, anzi amo sempre in compagnia di questo preservativo l’altro del coraggio e della fidanza, con escludere que’ brutti ceffi del terrore e della malinconia. So che la comune sentenza vuole che anche per la cute s’introduca la peste. Ma ecco i motivi che io ho da dubitarne: e non sarà inutil cosa che valenti filosofi e medici ne facciano un più accurato esame. Già abbiam premesso come sentenza più probabile dell’altre che la peste consista in corpicciuoli e spiriti sottilissimi e velenosi. La struttura del corpo umano vivente è costituita in maniera che col calore e moto del sangue e col vigore elastico dell’aria inchiusa ne’ vasi e respirata continuamente sta in esso una tensione al di fuori; cioè per un certo meccanismo gli spiriti ed umori sono in qualche forma spinti e inclinati ad uscir fuori per tutta la circonferenza del corpo. In effetto quasi sempre per li pori della cute vanno insensibilmente uscendo spiriti e particelle dal corpo umano in tal guisa, che secondo la statua del Santorio, una tal traspirazione ogni dì ascende a una considerabile quantità.
Ciò posto, facilmente s’intende come entrati nell’uomo essi spiriti velenosi, e introdotto nel sangue e negli altri umori un pessimo fermento, ivi si formi una fierissima corruzione, per cui gli spiriti ed umori prima sani, si rendono maligni ed omogenei al fermento entrato, ed agitati forte scappano poi fuori anche per li pori, non che pei soliti meati della respirazione, potendo essi per conseguenza portar l’infezione ad altri non infetti. Ma sarà ben difficile il provare che tali spiriti ed effluvj pestilenziali possano introdursi per i fori della cute in un uomo, da che loro è chiuso l’adito e fatta resistenza dagli altri spiriti ed umori che per l’interna pressione traspirano o cercano di traspirare dal corpo d’ognuno. La forza che dal di dentro spinge al di fuori, è evidente nella struttura degli animali. Ma, giacchè l’attrazione è omai troppo screditata fra i migliori medici, si penerà ad assegnare una forza al di fuori che possa cacciar dentro per via de’ pori una torma di spiriti velenosi, e tale da vincere l’opposta interna forza, che tende ad espellere; e tanto più perchè l’accuratissimo Malpighi nel suo Trattato dell’Organo del Tatto osservò formarsi della cuticola ne’ vasi escretorj del sudore una certa pellicella convessa, che a guisa di valvula sembra impedire l’ingresso ai fluidi esterni.
Si può forse dare che applicati con forza alla cute dell’uomo alcuni corpi, come unzioni, liquori, empiastri, cataplasmi, ecc. possono introdurre pei fori qualche lor particella sottile; benchè più probabilmente sia da chiamar bene spesso un’illusione quel credere con tanta facilità che tali corpi applicati al di fuori operino con penetrare ne’ corpi per la cute, quando essi solamente giovano, se pur giovano, o con difendere dall’aria nociva, o con fomentare il calore nelle parti offese o pure con ammollire, cioè con rarefare i pori, pei quali poi esce sottilizzata l’interna nociva materia; o finalmente col penetrare, non già per la cute, ma per la bocca o pel naso, nel corpo umano mercè delle particelle sottili ed odorose, nocive o giovevoli che vanno da essi emanando. Non parlo dei caustici, perch’essi colle loro particelle aguzze ed infiammatorie rompono la tessitura della cute, applicate ad essa, e si fa sentire al di fuori la loro operazione. Parimente non parlo nè delle cantaridi, nè del mercurio esteriormente applicato nelle unzioni, perchè ne’ medesimi possono concorrere delle ispezioni particolari.
La maniera con cui ne’ corpi viventi operano, o nocendo o giovando, gli altri corpi, non rade volte si asconde anche agli occhi più acuti di chi contempla la natura; e molte sentenze passano per vere solamente perchè ci riposiamo sulla corrente degli scrittori e dell’uso, ma non perchè un diligente esame ci abbia persuasi della loro verità e certezza. Serva per esempio la torpedine. Tanti e tanti, sì antichi come moderni, hanno insegnato avere in sè quel pesce la virtù d’istupidire la mano che il piglia; e ciò appunto potrebbe rammentarsi per provare che certi spiriti velenosi trovano benissimo l’adito per penetrare dentro la cute dell’uomo. In fatti non è questa una favola, avendone fatta la prova anche l’attentissimo Redi, il quale nondimeno confessa che bisogna stringer forte la torpedine, se ha da cagionare stupore e dolore nel braccio. Veggasi ancora il Willugby nella Storia de’ Pesci. Ma il celebre Borelli avendo con più attenzione e con esperimento più esatto esaminata questa faccenda, tiene non operar la torpedine per qualche aura velenosa che da lei si tramandi, perchè toccata e maneggiata quando essa riposa, ed anche prendendola stretta colla mano nelle parti laterali, non nuoce. Allora dunque solamente induce stupore e dolore quando la mano stringe il torace di lei vicino alla spina, dove sono de’ nervi e muscoli in gran copia; perciocchè insorgendo in quel pesce un tremore e uno scotimento gagliardo, questo si comunica alla mano e al braccio, cagionando in essi una sensazione molesta, anzi insoffribile. Che poi il preteso veleno della torpedine passi all’uomo fino per l’asta o per le funi delle reti, questa è una frottola secondo il suddetto Borelli. Lo stesso probabilmente è da sospettare d’altre simili immaginazioni. Comunque nondimeno ciò sia, quand’anche si ammettano corpi che introducano nell’uomo le lor parti sottilissime, verisimilmente si troverà ancora che da qualche vibrazione o forza esterna sono introdotte sì fatte particelle. Ma ciò non appare già ne’ corpicciuoli pestilenziali, che, siccome sciolti, leggieri, svolazzanti e non applicati con forza, sembra per conseguente che sieno incapaci di entrare per li forellini della cute, nè son già descritti per corrosivi da potersi fare strada per essa. Anzi quando anche il corpo avesse piaghe o ferite, non perciò questo veleno sembra atto a penetrare e infettare per quella parte, giacchè tanti e tanti commendano i cauterj per preservativo della peste medesima, e la rogna vien creduta giovevole in tal tempo: il che è sommamente da notare. Nè l’Elmonzio è un autore di tanto credito che s’abbia a riposare sulla sua fede, allorchè narra che, capitata a certuno una lettera scritta da città appestata, appena apertala, cominciò costui a sentirsi nelle dita un dolore come di punture d’aghi, e appresso a tremare con tutto il corpo; del che egli morì fra pochi giorni. O la storia non sussiste, o se sussiste, può attribuirsi l’infezione di costui all’aver egli bevuto gli spiriti pestilenziali chiusi nella carta col tirare del fiato. Nè un altro simile esempio, poco però verisimile, recato dal Diemerbrochio, può fare stato, perciocchè infiniti altri hanno maneggiato e maneggiano corpi e robe infette senza provare puntura veruna alle mani; il che parimente avvien tutto dì a coloro che toccano altri veleni e materie mortifere, le quali se non entrano o per ferita fatta, o pei canali del respiro, nessun danno recano alle persone. Nè alcuno dei tanti medici i quali hanno conversato con sì gran numero di appestati, e ci han lasciato le loro osservazioni su questo morbo, ha mai accennato che l’accesso del medesimo si risentisse alla cute o per qualche dolore, o anche per semplice prurito; siccome nè pure ciò si osserva nella comunicazione de’ vaiuoli e d’altri malanni epidemici, simili nel corso, benchè diversi nella ferocia dalla vera peste.
All’incontro una via certa e indubitata per nuocere all’uomo, l’hanno i corpicciuoli pestilenziali, ed è quella del respiro; e questa è la facile per introdurre il nemico in casa, e per portar tosto a dirittura l’incendio nelle viscere e nel sangue; e questa è la confessata da chiunque ha scritto di questo fierissimo morbo; nulla importando se non ben sappiamo tutte le vie per le quali l’aria respirata si comunica ad esso sangue, perchè basta sapere che si comunica. Dal corpo infetto non v’ha dubbio che si fa una copiosa emanazione di effluvj per i pori della cute e per la respirazione. Si diffondono per l’aria questi atomi o spiriti maligni fino a quella distanza ove può giugnere la maggiore o minore vibrazione che si fa dal calore che li spinge fuori, o pure più lungi, se l’aria impregnata d’essi viene per avventura mossa da altro corpo. Osservisi nondimeno che se l’aria commossa giugnerà a segregare e diradare la massa di questi corpicciuoli micidiali, tanto meno sarà da temer d’essi; e può essa facilmente disperderli in maniera che quand’anche alcun d’essi si bevesse col respiro, pure non avrà assai forza per nuocere. Chi dunque si troverà nell’ambiente di un corpo appestato vivo (poichè de’ non viventi, quantunque appestati, cioè de’ cadaveri, è cosa dubbiosa se s’abbia a temere) costui, se non istà in guardia, in tirando il fiato, di leggieri si tirerà addosso anche l’infezione, perciocchè verrà insieme coll’aria a tracannare quegli spiriti maligni. Nè qui sta tutto il pericolo. Siccome accade a chi maneggia corpi odorosi o sta loro vicino, e massimamente se qualche calore o percossa mette in moto gli spiriti odorosi di quel corpo, che le sue vesti e mani ed altre membra portino via con seco di quelle particelle odorifere; così ai panni e ad altre robe degli infetti e di qualunque altra persona che entri nell’ambiente dell’aria da loro respirata e degli spiriti venefici emananti dal corpo loro, insensibilmente si attaccano particelle pestilenziali, le quali asportate possono lungi di là essere tirate col fiato da altri sani, e comunicar loro l’infezione e la morte. E questa medesima, s’io mal non m’oppongo, è l’economia con cui anche tanti altri malanni epidemici, ma non così feroci e micidiali come la peste, cioè i vaiuoli, la rosolia, i flussi di sangue, certe febbri maligne o petecchiali, ecc., si dilatano talvolta pel popolo, con cagionare pericolose malattie, e morti non poche.