Anna Sforza morì di parto nel 1497 senza lasciar prole; e poichè Alfonso nell'agosto 1500, in cui Lucrezia Borgia restò vedova, non erasi ancora determinato a riprender moglie, Alessandro VI, che sempre pensava a più illustri nozze per la figliuola, incaricò il cardinale Ferrari modenese di scrivere al duca Ercole (18 febbraio 1501) e proporgli la mano di Lucrezia pel principe ereditario di Ferrara. Il duca se ne adontò e diede un assoluto rifiuto, essendosi altresì manifestata la maggior ripugnanza da parte di Alfonso e di tutta la famiglia d'Este. Ma il papa, ottenuto pure l'appoggio del re di Francia, insistette tanto col far conoscere i grandi vantaggi di tale unione e i danni che verrebbero dal ricusarla, che riescì a vincere la contrarietà del duca: il quale riguardando queste nozze come un ottimo affare di Stato, pose innanzi delle alte pretese, che vennero quasi tutte accettate.
Un corteo guidato dal cardinale Ippolito d'Este composto di un'eletta cavalcata di 500 persone per andare a pigliare la sposa uscì da Ferrara il 9 dicembre 1501 e giunse a Roma il 23 detto mese, accolto colle maggiori dimostrazioni d'onore. Roma era tutta in festa, avendo il papa ordinato che da quel dì incominciasse il carnevale, e ne' seguenti furono dati spettacoli intesi ad esaltare le due congiunte famiglie Borgia ed Este. Il penultimo giorno dell'anno fu ripetuta in Vaticano d'ordine del papa la cerimonia dell'anello che don Ferrante a nome del fratello pose in dito alla sposa, stando il papa sul trono e avendo intorno 13 cardinali e il figlio Cesare.
Lucrezia nel colmo della contentezza, dopo aver ottenuto dal papa quelle grazie che il duca Ercole fece chiedere col di lei mezzo[65], impaziente di abbandonar Roma, partì il 6 gennaio 1502 con un corteo da regina, accompagnata sino a porta del Popolo da tutti i cardinali, ambasciatori e magistrati, e giunse la sera del 31 detto mese al castello Bentivoglio sul bolognese a 20 miglia da Ferrara. Colà ebbe la grata sorpresa d'incontrarsi col marito Alfonso che le si presentò travestito, e trattenutosi alquanto con lei, ripartì nella stessa sera. La Borgia fece la sua solenne entrata il 2 febbraio in Ferrara ove le feste nuziali si protrassero con banchetti, balli e rappresentazioni teatrali per sei giorni[66], e fra i poeti che fecero omaggio de' loro versi alla sposa, anche l'Ariosto le offerse un epitalamio[67].
Quantunque Alfonso negasse fede alle turpitudini attribuite a Lucrezia, non poteva certo mostrarsi lieto, almeno in que' primi momenti, della bella moglie che tutti ammiravano, conoscendola pur sempre di fama assai compromessa per aver avuto due altri mariti: il primo (Giovanni Sforza signore di Pesaro) disgiunto da lei per imaginaria ed estorta dichiarazione d'impotenza, ch'ella offerivasi convalidare con giuramento; il secondo (Alfonso d'Aragona duca di Bisceglie che l'avea fatta madre d'un figlio) fatto strangolare sul proprio letto dal duca Cesare, scacciando dalla stanza Lucrezia la quale non ebbe ardire di opporsi; e perciò le accoglienze della nuova famiglia di cui veniva a far parte, riescirono «a dire il vero fredde», come si espresse la marchesana Isabella d'Este, che inoltre scriveva a Francesco Gonzaga suo marito: «La Ecc. V. non mi abbia già invidia di non esser venuta a queste nozze, perchè sono di tanta freddura, ch'io ho invidia a chi sono rimasti a Mantova»[68]. Però i vantaggi grandi che accompagnarono cotesto matrimonio[69] fecero presto dimenticare la vita passata da Lucrezia in Roma ove fu ceco strumento della ferrea volontà del fratello e del padre.
Morto Ercole I il 25 gennaio 1505, Alfonso come figlio primogenito gli successe nel dominio. Abbiam veduto i supplizi coi quali inaugurò la sua salita al potere e l'odio implacabile che mantenne contro i fratelli, che sono indizio di violente natura e di pessimo cuore: i fatti che veniamo narrando mostreranno altre colpe.
— Il poeta Ercole Strozzi, amico dell'Ariosto[70], era venuto in grande famigliarità e servitù con Lucrezia Borgia, che spesso lodò ne' suoi versi, per mezzo della quale sperava di poter conseguire il cappello cardinalizio: ma la notte del 6 giugno 1508 fu crudelmente assassinato e deposto morto, involto nel proprio mantello, davanti la casa che abitava[71]. Alla gelosia del duca per Lucrezia fu attribuita questa morte: però il Giovio, dicendola procurata da un personaggio di alto affare per motivo di Barbara Torello sposata di recente dallo Strozzi, e sapendosi altresì che la donna era amata e sollecitata dal duca[72], tutto induce a credere che l'assassinio venisse da lui ordinato, come ebbe a rimproverargli anche il papa, non essendosi pur fatta alcuna inquisizione per scoprire e castigare i colpevoli[73].
— Un notaro bolognese per certa causa che aveva in Argenta tra un famiglio di Ercole d'Este ed un balestriere per nome Gaione, li citò a Roma, sebbene Argenta alla morte di Giulio II fosse stata ricuperata dal duca. Trovandosi Alfonso I a Migliaro, i suoi quattro consiglieri di giustizia in Ferrara credettero necessario di non lasciare impunito l'ardimento di una tale citazione che scalzava di fatto l'autorità ducale, e tradotti nelle prigioni di Ferrara il notaro e i contendenti, chiesero con lettera del 3 ottobre 1520 il parere sovrano. Rispose egli a tre ore della notte seguente al suo segretario Obizzo Remo, irritandosi e lagnandosi che non avessero data un'immediata condanna di loro arbitrio, dicendo: «l'assenza nostra serviva benissimo in proposito, perchè sempre averessimo avuto la scusa accettabile quando altri si fosse querelato di cosa che fosse stata fatta in Ferrara essendo noi lontano; e massime che, come sarìa stato vero, sarìa anco stato ben credibile che non fosse passato di nostra scienza nè commissione, essendo la cosa sì presta che non aressimo potuto avere avviso di quella citazione e mandar commissione a quel tempo: sì che ci pare che tutti abbiate errato. E perchè ci domandate mo il parer nostro di quel che abbiate a fare, vi rispondemo che non sapemo che altro commettervi, se non che subito lasciate andare quello notario, così come l'avete fatto imprigionare, nol dovendo fare: e quando sarà lasciato, fatelo venire a voi e ditegli che subito che noi avemo inteso della sua cattura, avemo scritto che ci dispiace, e ch'ei sia liberato: benchè questo impiastro possa mal sanare lo error commesso. A quelli altri due (il famiglio e il balestriero), se ci è scusa alcuna legittima o colorata, fate che sian dati tre gran squassi di corda in piazza, e poi siano rimessi in un fondo di torre finchè loro sarà deliberato altro. Ma fate la nostra ambasciata alli compagni vostri, come è sopraddetto, con aggiunta d'un càncaro che vi venga a tutti quattro nel più brutto del corpo». Terminata appena la lettera gli dispiacque dover perdonare al notaro, e aggiunse l'iniquo poscritto che segue: «Prima che quel notario sia lasciato, mettete ordine col nostro collaterale, che trovi due o tre matti, fidati però, che lo vedano quando uscirà di prigione, per poterlo riconoscere, e poi l'abbino per spia quando se ne andrà; e in qualche loco ben comodo lo tirino da cavallo e lo strascinino per li capelli e lo schiaffeggino gagliardamente, pestandogli il volto e li occhi in modo ch'ei ne resti segnato e ne senta per un mese.... E potendo eseguir questo in loco da ciò, straccinogli tutti i panni d'addosso e lascinlo nudo: ma abbiasi avvertenza di far che quando lo vedranno uscir di castello, non siano visti da lui, acciochè poi egli non conoscesse alcun di loro in fatto». La lettera è di pugno del segretario Bonaventura Pistofilo, che in un brandello di carta staccata vi introdusse di nascosto queste parole dirette al Remo: «Prego la Mag. V. ed essa sarà contenta pregare per me li magnifici compagni, che mi perdonino se scrivo cosa che vi dispiaccia; chè certo l'ho scritto mal volontieri, ed anco ho scritto meno che non mi è stato commesso». — Non sappiamo come andasse a finire la scena traditrice preparata al notaro: troviam soltanto memoria che i magnifici consiglieri di giustizia restarono molto spaventati dell'ira che avevano involontariamente suscitata, e cercarono discolparsi. Il duca rispondeva: «Volemo che vi sia licito dir sempre la ragion vostra, ma noi anco volemo poter dire e scrivere a voi e alli altri quel che ci pare».
Or questo Pistofilo ci narra nella Vita di Alfonso I, ch'ei «fu amantissimo della giustizia, la quale molto costantemente e con grandissima integritade volle che fosse ministrata in tutto il suo dominio[74]», quando a nome del suo encomiato facevasi strumento per calpestare la medesima con turpitudine d'inganni e colorati pretesti che ne salvassero qualche grossolana apparenza!
— Nel 1508 Isabella vedova di Federico d'Aragona, spogliata del trono di Napoli, licenziata dalla Francia ov'erasi riparata, venne raminga a Ferrara con molti figli, e ottenne dal duca nato da un'Aragonese assegnamento e ricovero. Due figlie d'Isabella, già cresciute degli anni nelle strettezze della vita privata, neglette dai grandi com'è la sventura, non potendo aspirare nella posizione in cui erano cadute ad illustri nozze, si posero ad amoreggiare l'una con un mercante, l'altra con un Pugliese nominato Ferrante. Il duca venne presto a saperlo, e si lagnò di questo grande disordine col loro maggior fratello don Ferrante che era in Ispagna, scrivendogli il 9 maggio 1525 e proponendo gravissimi castighi, unicamente per evitare il pericolo di qualche scandalo vergognoso. Ritardando la risposta, spediva il 18 luglio altra lettera in duplicato esemplare, confessando che aveva più d'una volta pensato di far strangolare i due giovani innamorati e far chiuder le donne in separati conventi, ma che aveva con forzata pazienza voluto aspettare gli ordini del fratello da eseguirsi contro tutti, de' quali sarebbe stato fedele e severo esecutore. — Speriamo che don Ferrante si sarà contentato che i due giovani fossero allontanati da Ferrara, e che avrà riconosciute le sorelle degne di compatimento. — Più tardi il duca si mostrò molto sollecito in procurare che una di queste Aragonesi per nome Giulia facesse un matrimonio che secondava le sue viste col marchese di Monferrato. Ma l'infelice principessa pochi giorni dopo le nozze celebrate in Ferrara videsi spento il marito di veleno; poichè essendo egli l'ultimo dell'illustre famiglia Paleologa e mancando senza figli, il Monferrato doveva passare sotto il dominio del marchese di Mantova cognato di Alfonso I. L'ex regina Isabella, che costretta a vivere di una sprezzante elemosina era divenuta pia sollevando il cuore all'altezza del sacrificio, provò tanto orrore di questo delitto di avvelenamento che la condusse fra non molto alla tomba. Prima di morire aveva raccomandato con lettere al figlio suo primogenito le disgraziate sorelle, ed egli che allora trovavasi governatore in Granata le chiamò presso di sè, liberando il duca dal pensiero di cercare alle medesime altre ragguardevoli nozze.
Non aggiungeremo nuovi fatti, ritenendo gli esposti anche di troppo valevoli a farci conoscere il carattere del duca, che certamente non fu il migliore di tutti i suoi fratelli, senza parlare di don Sigismondo morto nel 1524, «perchè essendo stroppiato dal mal francese, poco potè adoperarsi in mostrar suo valore»[75].