L'11 marzo Giovanni de' Medici veniva eletto papa col nome di Leone X. L'Ariosto eragli stato amico, e più volte avendo udito ripetergli in Firenze e in Bologna che non farebbe differenza tra lui e il suo stesso fratello, corse a Roma in abito di staffetta anche a nome del duca di Ferrara. Leone X mostrò di udire assai volentieri le parole di omaggio e congratulazione che gli venivano profferte; prese per mano l'Ariosto, gli baciò ambe le gote (Satira IV); ma essendo di cortissima vista, e sdegnando allora di portare l'occhiale, mal potè ravvisarlo: così gli altri amici del poeta, divenuti grandi nuovamente, desiderosi d'imitare il santo padre, mostrarono quasi di non vederlo! ([pag. 24]). Si fermò Lodovico a Roma all'incoronazione del papa: ma non essendogli stato offerto alcun posto vantaggioso, com'egli se ne lusingava, lasciò Roma non avendo ottenuto che l'esenzione della metà della tassa alla bolla occorrente per succedere allo zio nel benefizio di sant'Agata!

Nel ritorno passò per Firenze e accadendovi le feste di San Giovanni sentì vaghezza di fermarvisi a conforto dello spirito amareggiato dal disinganno di Roma. In Firenze incontrò Alessandra Benucci rimasta vedova da poco tempo di Tito Strozzi di Ferrara, e quella beltà che non eragli nè peregrina nè nova lo innamorò sommamente. Di que' spettacoli tenne poco ricordo, e poco gliene calse:

Sol gli restò immortale

Memoria ch'ei non vide in tutta quella

Bella città di lei cosa più bella[55].

E la Benucci accolse e gradì l'amore del poeta, riempì degnamente il vuoto ch'egli aveva nel cuore, gli fu dolce stimolo a completare il suo poema che aveva bisogno di grande opera, nè era limato nè fornito ancora ([pag. 22]); ed anzi fu detto ch'ella esigesse ogni mese un canto ricorretto del Furioso. L'Ariosto si trattenne in Firenze quasi due mesi nella diletta compagnia della donna amata, ne' cui begli occhi e nel sereno viso andava errando il suo ingegno, ch'egli, vestendo immagini colle grazie d'Anacreonte, chiedeva di poterlo raccogliere colle labbra[56].

Verso la fine del 1513 essendosi il cardinale Ippolito ridotto a Ferrara, anche l'Ariosto fu obbligato a seguirlo, e così fece poco dopo la Benucci. Ivi terminò di rivedere il suo poema, che nel 1515 cominciò a stamparsi da Giovanni Mazzocco del Bondeno, con essere colà pubblicato il 22 aprile del 1516 in 40 canti; avendo prima chiesto e ottenuto privilegi che lo guarentissero da ristampe arbitrarie. Ne mandò subito un esemplare al cardinale cui era dedicato e che allora trovavasi a Roma: e quando al ritorno del medesimo a Ferrara, che fu il 7 giugno[57], aspettavasi ringraziamenti e favori per averlo sì altamente celebrato con tutti quelli di casa d'Este, udì invece chiedersi dal cardinale: Messer Lodovico, dove mai avete trovato tante corbellerie? Le quali parole, se pur furono veramente pronunziate, come passarono in tradizione, non possono ritenersi dirette che in via di scherzo, e per ostentare noncuranza delle lodi a lui prodigate: poichè sappiamo che il cardinale aveva cognizione del poema avanti che andasse alla stampa[58], la cui spesa sarebbe stata da lui assunta, come sembra apparire dalla lettera scritta al cognato marchese di Mantova in data 17 settembre 1515 nella quale chiede di poter estrarre da Salò nientemeno che mille risme di carta esenti da dazio per farne l'edizione[59]. È però indubitabile che il poco grato mecenate, se intendevasi di matematica e filosofia, non aveva certo alcun gusto poetico, avendo detto all'Ariosto che non faceva degni di mercede gli elogi datigli a piacere e in ozio, e che avrebbe preferito fossegli stato appresso per adempiere alle commissioni che a lui piacesse affidargli. Di che il poeta risentitosi, séguita nella Satira II a lamentarsi del cardinale, che dopo averlo mandato tante volte a correre in fretta per monti e balze a scherzar colla morte, mostra poco apprezzarlo, non sapendo smembrar starne in aria sulla forchetta, mettere il guinzaglio a' cani e sparvieri, nè potendo adattarsi a porre o cavar speroni, ch'erano i servigi riconosciuti dal suo signore. Lamenti forse alquanto esagerati, se pur fu vero che il cardinale facesse a tutte sue spese l'edizione prima del Furioso, o non avesse soltanto procurata l'esenzione del dazio della carta di cui occorsero sole duecento risme; conoscendosi ancora che tanto il cardinale quanto il duca Alfonso acquistarono parecchi esemplari del poema.

L'anno dopo il cardinale chiese a messer Lodovico di seguirlo in Ungheria. Addusse egli motivi giusti di salute (catarro e debolezza abituale di stomaco) che non permettevangli d'intraprendere un lungo viaggio, nè affrontare un cambiamento di clima che poteva riescirgli funesto; come fu anche dichiarato dal Valentini modenese medico dello stesso cardinale. Queste ragioni non furono ammesse: ma persistendo l'Ariosto nel suo rifiuto a partire, anche per fare un'ammenda della soverchia servilità del passato, il cardinale se ne adontò, commettendo l'imperdonabile risoluzione di congedarlo da sè, togliendogli ogni assegno, sino a due beneficî ecclesiastici che gli avea procurato, e dei quali volle fatta rinunzia a favore di altri suoi famigliari designati da lui. Dovette solo conservargli quello su la cancelleria di Milano perchè in società col Costabili di Ferrara, e perchè pochi mesi prima aveva scritto a Ruffino Berlinghieri suo vicario in Milano[60] le lettere in favore dell'Ariosto da noi riportate a [pag. 306], 307. — D'allora in poi Lodovico non comparve più innanzi al cardinale, che mostrò averlo in dispetto, mentre il nostro poeta sempre buono e cortese, ad onta dell'ingratitudine sofferta, continuava ad offrirsi al suo primo signore per servirlo «di càlamo e d'inchiostro in Ferrara, ove con chiara tromba farebbe sonar alto il suo nome» (Satira II); dubitando quasi di non aver detto abbastanza per appagarne l'orgoglio! Al novembre del 1517 l'Ariosto pensò di trasferirsi a Roma per assicurarsi con una bolla papale, or che mancavagli il favore del cardinale d'Este, i beneficî di Milano e sant'Agata (Satira I), tentando ancora di procacciarsi altrove un impiego, poichè vedevasi negletto a Ferrara. Di ciò fu avvertito il duca Alfonso, il quale riflettendo all'enorme vergogna che sarebbe derivata alla casa d'Este col permettere che il poeta che l'aveva sì altamente celebrata si trovasse costretto a chieder servigio presso altra corte, lo nominò il 23 aprile 1518 fra' suoi famigliari coll'assegno di otto scudi al mese, oltre il vitto per tre domestici e due cavalli.

Alfonso I, che in parte abbiamo imparato a conoscere, nacque il 21 luglio 1476 da Ercole I ed Eleonora d'Aragona. «Fu piuttosto maninconico e severo che lieto e giocondo.... si dilettò d'aver cognizione di tutte quelle cose che non solamente a S. Signoria, ma anco a private persone son convenienti.... e della maggior parte di quelle arti, che sono ad uso e necessità degli uomini, sapea più che mezzanamente parlare, e di molte eziandio di propria mano lavorare, non mediocre nè volgarmente; delle quali, sendo poi anco duca, si prese spasso ed esercizio.... Ebbe profondissimo giudicio di artiglieria, e fu inventore di nuove forme di essa a farle più comode e più perfette che fin al tempo suo state non erano; e fecene fare gran quantitade»[61]. l'imperatore Napoleone III conferma questo merito di Alfonso «nell'aver dato opera ad un'artiglieria stupendamente mobile ed efficace»[62], con riportare un brano delle Memorie di Fleurange, che in due armerie vide circa trecento grossi cannoni appartenenti al duca, ove dice «non trovarsi tra suoi maestri di getto chi operasse meglio di lui». E mostrossi pure appassionato ed esperto in adoperarli, come abbiam veduto alla battaglia di Ravenna, e come troviamo che fece all'espugnazione di Legnago, scrivendo il primo di giugno 1510 al fratello cardinale, ch'egli era diventato cannoniero vero, che i suoi cannoni tiravano benissimo con il diavolo da 35 a 40 colpi il giorno (risultato assai raro in que' tempi), e che se non avesse sentito affanno per la notizia allora giuntagli della pace conclusa dal papa coi Veneziani, rompendo la lega di Francia, mai sarebbe stato più contento (Doc. XI)[63].

Nel 1491 Alfonso si unì in matrimonio con Anna Sforza sorella del duca di Milano, e a festeggiare per tre giorni queste nozze in Ferrara fu ripetuta nella sera del 13 febbraio la commedia de' Menecmi di Plauto, «con tanto modo et gratia, che da tutti fu commendata.... e il fine della commedia fu, che essendosi riconosciuti Menechino et il fratello, e volendo ritornare con lui a casa, esso Menechino fece mettere alla crida tutti li soi beni, dicendo volerli dare per 1700 onze d'oro, con la moglie sopra il prezzo», come rileviamo da una lettera al duca di Milano scritta il giorno successivo da Ermes Maria Sforza e da Gio. Francesco Sanseverino i quali accompagnarono con altri 200 fra gentiluomini e cortigiani la sposa a Ferrara[64], e la sera dopo fu recitato anche l'Anfitrione tradotto da Plauto, con intermezzi in ambe le commedie di danze, canti ecc.