In Mantova l'Ariosto presentò a Carlo V il suo poema che in questa edizione lo colmava di lodi, e fu detto che l'imperatore dichiarasse di voler rimeritare il poeta con imporgli sul capo la corona d'alloro. Il pensiero potè essere suggerito dal marchese del Vasto, che anch'esso si trovò per riconoscenza encomiato[131]: ma l'incoronazione solenne, come l'uso e la dignità Cesarea richiedeva, non lasciò forse campo di essere preparata nel breve soggiorno che il monarca fece in quella città, e venne impedita per sempre dalla prossima morte dell'Ariosto[132].

Dopo l'assenza di oltre un mese, il nostro autore si restituì a Ferrara in istato di assai debole salute; e avendogli il principe Guidobaldo della Rovere richieste alcune commedie che non fossero sino allora rappresentate, gli rispose il 17 dicembre dolersi di non poterlo soddisfare, e gli narrò di aver composte solamente quattro commedie, i Suppositi e la Cassaria rubategli dai recitatori e stampate con suo dispiacere, la Lena e il Negromante recitate soltanto a Ferrara. Gli aggiunse pure che molti anni addietro ne cominciò un'altra intitolata I Studenti che mai ebbe tempo di ripigliare, e che quando la conducesse a fine non potrebbe esimersi che il duca suo signore ed il principe don Ercole non la facessero eseguire nel loro teatro di corte prima che altrove ne fosse mandata copia ([pag. 303]).

Il 25 detto mese scrisse anche a nome della moglie una lettera, che è l'ultima che abbiamo di lui ([pag. 335]): ma costretto poco dopo a mettersi in letto, prevedendo vicino il suo termine, fece l'abbozzo di un secondo testamento in cui lascia un legato alla magnifica Alessandra Strozzi, erede il figlio Virginio, ed un assegno vitalizio all'altro figlio naturale Gio. Battista, chiamato pure a sostituire Virginio nell'eredità.

La notte del 31 dicembre 1532 «s'accese il fuoco in una bottega di Francesco Zangarino sotto la loggia del palazzo ducale, e irreparabilmente arse tutta la parte dinanzi del detto palazzo dal canto della piazzetta fin sopra la porta del cortile alle due statue di bronzo, e fu cosa orrenda e giudicata prodigiosa. Nella gran sala era la bella e ricca scena dell'Ariosto, che tutta rimase estinta; e quella notte istessa s'infermò il detto poeta, che morì poi il 6 di giugno del seguente anno»[133]. Travagliato, secondo il Pigna, da «un'ostruzione alla vescica, alla quale volendo i medici Bonaccioli, Manardo e Canani, i primi di Ferrara, con acque aperitive porger rimedio, gli guastarono lo stomaco; e soccorrendosi con altre medicine a quest'altra indisposizione, cadde nell'etica», e finì di vivere con dolore di tutti nell'ancor verde età di 58 anni, mesi 8 e giorni 28.

«Dalla sua casa posta nella via di Mirasole, dove morì, fu portato da quattro uomini notte tempo con due lumi soli alla chiesa vecchia di san Benedetto, accompagnato però da quei monaci spontaneamente e fuori del loro costume; tratti, come scrive il Garofolo, dall'amore che portavano alle sue rare virtù. Ivi fu sotterrato assai semplicemente, com'egli aveva voluto e prescritto nell'ultimo suo testamento»[134]. Il fratello Gabriele desiderava innalzargli un monumento, e il figlio Virginio fece anzi fabbricare una cappella in capo all'orto della sua casa, intendendo trasportarvi le ossa del padre; ma la traslazione non seguì che nel 1573 in un decoroso sepolcro di marmo eretto nella nuova chiesa dei detti monaci a spese di Agostino Mosti che gli fu discepolo, indi nel 1612 in un altro più ricco a spese di Lodovico Ariosti pronipote del poeta, e finalmente nel 1801 con molta pompa e solennità nella pubblica Biblioteca di Ferrara, essendone stato promotore il francese generale Miollis.

Il figlio Virginio si studiò sempre di onorare la memoria del padre. Raccolse le poesie latine di lui e diedele al Pigna che le stampò colle sue e con quelle del Calcagnini nel 1553: somministrò ad Antonio Manuzio cinque canti in ottava rima che uscirono nel 1545 in aggiunta al Furioso, senza però seguirne regolarmente la materia[135]: dettò alcune Memorie da servire di buona traccia ad una vita che doveva farsi del grande poeta, e condusse a termine la commedia I Studenti che fu dall'autore lasciata imperfetta. Di questa fatica di Virginio non giunse a noi che il solo prologo: fu però completata anche dal fratello Gabriele, ed è la commedia che abbiamo col titolo La Scolastica. — Ignoriamo a chi debbasi la prima e cattiva stampa fattasi nel 1534 delle Satire, che, dopo il poema, sono il lavoro più importante e lodato dell'Ariosto; e senza estenderci a parlare delle altre opere minori di quest'ingegno privilegiato, rimettendoci al giudizio autorevole di Filippo-Luigi Polidori che le illustrò (Firenze, 1857), rigettandone alcune di non sincera derivazione, e movendo dubbii sopra la schietta legittimità di altre; aggiungeremo alla volta nostra che dove l'Erbolato, venuto in luce nel 1545 a cura di un Jacopo Modanese, ci sembra una prosa troppo fiorita ed elegante, così il frammento del poema il Rinaldo ardito si mostra al contrario di locuzione troppo rozza ed impropria per essere l'uno e l'altro attribuiti con certezza all'Ariosto. E tornerebbe un po' strano che mentre adoperava in confidenza e correntemente le parole raccomando, berretta, camera, gagliardo, figlio, reliquia, ecc., come rilevammo dagli autografi indubitabili delle lettere di lui esistenti nell'Archivio di Stato in Modena, venisse poi nel comporre studiosamente in versi ad alterare siffatte parole con arricomando, bretta, ciambra, fio, galgiardo, relliqua che si veggono nel Rinaldo ardito: il quale avendo allusioni storiche relative al 1525, è per lo meno posteriore di cinque anni alla dichiarazione che l'Ariosto fece nel Prologo della commedia il Negromante, di attendere il più che poteva a nascondere nelle sue scritture la pronunzia lombarda. Aggiungasi inoltre che il ms. originale del frammento di poema, chiamato dal Baruffaldi un primo abbozzo, è sparso di corretture e varianti che mostrano esservisi tornato sopra più volte. Ciò non ostante occorrono spesso, fra gli altri difetti, certi troncamenti di voci che l'Ariosto non usò mai, compresa la prima edizione del Furioso uscita nel 1516, con sì riprovevole licenza; tali essendo: car per carro, col per collo, don per donna, fer per ferro ecc.; troncamenti che potendo anche volgersi a diverso significato, è un'ingiuria il ritenere che siano caduti dalla penna del nostro poeta[136]. A malgrado dunque dell'asserzione, però unica e non abbastanza apprezzabile, del Doni che assegna il Rinaldo ardito a Lodovico Ariosto, e a malgrado di qualche somiglianza col carattere e talora pure coi concetti del nostro autore, amiamo credere che il frammento medesimo sia opera del figlio Virginio, il quale vivendo col padre e avendo tutto per la mente il Furioso, potrebbe essersi ancora approfittato di alcune abbandonate lezioni di stanze o versi del poeta, trovate fra le carte di lui, con introdurle qui e là e alla fine dei canti. Del resto se i frammenti del Rinaldo ardito fossero stati composti da Lodovico, non avrebbe dovuto mancare Virginio di accennarlo nelle Memorie lasciateci intorno a suo padre.

Ritornando ora al duca Alfonso di Ferrara, sempre avversato dal governo di Roma, l'imperatore per favorirlo persuase il papa della necessità di chiamarlo a far parte di una nuova lega per la pace d'Italia, accordandogli una tregua di diciotto mesi. Clemente VII per tal concessione ebbe il vantaggio di veder cacciare dagli stati del duca i rifugiati della breve sì, ma nobile e nazionale repubblica di Firenze, che avevano abbandonata la patria per non soffrire il giogo dei Medici. — Avvicinavasi il tempo che la tregua doveva scadere e tornavano a ridestarsi nel duca le antiche sospettose inquietudini, quando il 25 settembre 1534 la morte del papa gli mostrò anche una volta il favore della fortuna. La successione seguìta poco dopo (28 ottobre) di Alessandro Farnese, padre di Pier Luigi, creatura di casa Borgia, che prese il nome di Paolo III, mise il colmo alla contentezza del duca. Ma doveva per pochi giorni goderne. L'uomo forte che tanti papi non aveano potuto non che abbattere piegare, che aveva saputo sciogliersi da tante insidie, affrontare e vincere tanti pericoli, era costretto morire il 31 ottobre per la più frivola causa, come il fratello cardinale; per aver mangiati troppi poponi[137].

Dice il Pistofilo che il duca Alfonso «più tosto maninconico e severo, che lieto e giocondo.... fu poco amico della frequenza.... ed ebbe e volse che si avesse rispetto grandissimo all'onor delle donne, di qual grado fossero, da tutti i suoi sudditi; dalle quali continentissimamente si astenne»[138]. Non troviamo che ciò sia confermato da altre memorie, sapendosi inoltre che fu spesso travagliato dal mal francese. Ne' diari veneti scritti dal Sanuto leggesi sotto il 1497: «Pochi zorni fa don Alfonso fece in Ferrara cosa assai lizera, che andoe nudo per Ferrara, con alcuni zoveni in compagnia, di mezo zorno»[139]. Anche nelle cronache di Francesco de' Mantovani troviamo che al prete Gianni suo cantore «il duca voleva molto bene, che lui in persona l'andava a torre di casa tre e quattro volte il giorno, e lo toglieva in groppa e andavano per la terra a bordello»; e così nel processo che fu poi fatto a Gianni prima di metterlo nella gabbia di ferro e strozzarlo, «il traditore confessò avergli una volta legato in casa di una sua femina le mani, mostrando di scherzare con lui, e poi disse a uno famiglio: va, ammazza colui ch'è suso in letto. Il famiglio vi andò, e il signore disse: sligami col malanno!»[140].

Quando il duca rimase vedovo la seconda volta, tenne presso di sè una giovane di rara bellezza chiamata Laura Dianti figlia di un berrettaio di Ferrara, e le diede il cognome di Eustochia per indicare i suoi pregi. N'ebbe due figli, Alfonso ed Alfonsino che cercò legittimare. Il Muratori nelle sue Antichità Estensi ritenne aver provato che Laura fu sposata dal duca Alfonso negli ultimi periodi della sua vita: però un documento pubblicato in Firenze nel 1845[141], contenente una donazione e codicillo d'esso duca alla donna, mostra ch'egli cinque giorni prima di morire non pensava ancora di farla sua moglie. — Clemente VIII non volle mai riconoscere i discendenti di Laura per legittimi successori del ducato di Ferrara, il quale nel 1598 tornò finalmente ad essere aggregato al governo della Chiesa.

Succeduto al duca Alfonso il figlio primogenito Ercole II, ed essendo anche morto il fattore generale Alfonso Trotti, non tardarono i fratelli Gabriele, Galasso e Alessandro Ariosti ed il loro nipote Virginio di sottoporre una prece al novello duca per ottenere che fosse terminata con giustizia la causa delle terre livellarie ereditate da Rinaldo Ariosto, essendo da «quindici anni straziati e menati in lungo dalle cavillazioni e calunnie sì del fattore passato, come d'altri procuratori, notari ed agenti della sua ducal Camera» (Documento XVII). Il 23 dicembre 1534 Ercole II decretò che i fattori generali spedissero la causa con giustizia e rigettassero tutte le calunnie e cavillazioni: ma non pare che il rescritto sortisse l'esito bramato, conoscendo in vece che le terre in contesa, che formavano la bella tenuta in Bagnolo, detta delle Arioste dal nome degli antichi possessori, furono assegnate in dote ad una Estense maritata in Bevilacqua, per indi passare in proprietà dei Gesuiti.