A questo tempo era certamente seguito il matrimonio dell'Ariosto colla Benucci, poichè vediamo ch'egli di suo pugno scriveva lettere in di lei nome ai parenti della medesima colla più grande intimità. — Dovendo poi tali nozze rimanere avvolte nel segreto, essendo periglioso il dirlo altrui per non perdere le rendite ecclesiastiche de' suoi beneficî, il nostro autore non palesò in quelle lettere il proprio nome (chè una gli fu aperta con frode, — [pag. 289]), accennandosi soltanto pel cancelliero di madonna Alessandra. Costretto a vivere da lei separato di casa ([pag. 296]), era non ostante sì al colmo della letizia, che la sovrabbondanza del cuore diffondendosi nella fronte e negli occhi, traevalo a darvi sfogo con un'elegia, nella quale tace la cagione ond'è mosso ma deve assegnarsi al pieno conseguimento della donna che, sebbene inoltrato degli anni, amava con trasporto giovanile; facendoci pur conoscere in altra ancor più espressiva elegia di aver fruito in antecedenza di qualche furto d'amore, non si sa poi con qual dea[127], e come altresì lascia dedurre da parecchi de' suoi sonetti.

Stando al Litta, da questo matrimonio sarebbe nata una figlia l'8 novembre 1531, cui fu posto il nome di Lodovica. Se ciò è vero, convien dire che morisse assai presto, non facendone l'Ariosto parola nel suo ultimo testamento.

Carlo V pronunciava intanto sentenza nella lite tra il papa e il duca di Ferrara, nella quale si confermava a quest'ultimo il possesso di Modena, Reggio e Rubiera, purchè chiedesse perdono a Clemente VII d'ogni mancato riguardo, portasse a settemila ducati d'oro l'annuo censo di Ferrara, e pagasse all'imperatore per la nuova investitura che gli avrebbe fatto di Modena altri cento mila ducati per una volta tanto. Il duca ne fu molto lieto; nè gravandogli la spesa, poichè facendo allora mercanzia si trovava assai danaroso[128], fu sollecito all'adempimento delle condizioni; mentre il papa strepitava e dichiarava che lui vivente non avrebbe mai approvato quel lodo.

Nell'estate di detto anno 1531 essendosi Alfonso portato ai bagni d'Abano, vi andò seco l'Ariosto ove ammalò di febbre. Voleva subito restituirsi a Ferrara, ma il cavalier Obici, che pur trovavasi ai bagni, lo persuase a seguirlo nella vicina città di Padova e fermarsi in sua casa finchè fosse ristabilito. Quivi ebbe un'altra febbre che fu dichiarata terzana; e mentre attendeva a riaversi sopraggiunse il duca che il volle a Venezia con lui, come lo stesso Ariosto c'informa in una lettera scritta a nome di Alessandra ([pag. 325]).

Ritornato nel settembre a Ferrara, il duca ebbe avviso che il papa radunava degli uomini d'arme che si dicevano destinati a ricuperar Carpi ad Alberto Pio. Disponendosi perciò a farne buona difesa, chiese all'uopo soccorso a don Alfonso Davalo marchese del Vasto comandante le truppe imperiali in Mantova, e spedì tosto l'Ariosto a concertarsi col medesimo. Il nostro poeta lo trovò in Correggio in casa della celebre Veronica Gambara, ov'era passato a porre il suo quartier generale; ed è facile il comprendere quanto il poeta vi fosse accolto con ogni festa e favore, avendolo il marchese, grande estimatore degli uomini d'ingegno, regalato al partir suo di un bellissimo lapislazzoli, di una catena d'oro e di una pensione di cento ducati l'anno per sè e suoi eredi, stipulata per atto notarile fatto in Correggio il 18 ottobre 1531, e come apparisce dalla lettera dell'Alessandra Benucci vedova Strozzi che pubblichiamo ([pag. 327]).

Questi apparecchi fecero dimettere al papa il pensiero d'invadere gli stati d'Alfonso. Sembra per altro che si tramasse una nuova congiura per ucciderlo con tutta l'Estense famiglia: ma venendo, come sempre, scoperto il funesto disegno, Bartolomeo Costabili, vecchio di ottantaquattro anni, fu sui primi del 1532 decapitato, e la testa ebbe infissa in un'asta su la parte più alta del castello.

In quest'anno l'Ariosto si accinse alla terza sua ristampa dell'Orlando furioso corretto ed accresciuto, non isdegnando di averlo prima sottoposto al Bembo e ad altri uomini dotti «per imparare quello che per lui non era atto a conoscere» ([pag. 282]); così umilmente scrivea di sè stesso, così era difficile a contentarsi del proprio giudizio. L'edizione fu cominciata nel maggio e terminata in Ferrara, per maestro Francesco Rosso da Valenza, addì primo d'ottobre MDXXXII. Rivide ei medesimo con somma pazienza e fatica le bozze di stampa; e trovandosi esemplari che hanno fra loro alcune varietà, è manifesto che a quando a quando faceva interrompere la tiratura dei fogli per introdurvi nuovi miglioramenti. Al canto nono cominciano le più notabili mutazioni e le aggiunte qui e là nel poema, che con nuovo ordine portò a canti 46. Confrontando questa colle antecedenti impressioni «apparirà incomprensibile (dice il Foscolo) come uno scrittore che incominciò dal peccare sì grossamente contra le regole del buon gusto e della dizione poetica, potesse in seguito espungere tali colpe, e mettere in loro luogo così gran numero di trascendenti bellezze»; ma lo studio che l'Ariosto confessa di aver fatto delle grazie native dell'idioma toscano[129], e il continuo mutare e rimutare de' suoi versi in cui seppe per più anni persistere, lo condussero a vincere ogni difficoltà, a raggiungere una forma vigorosa e corretta, armoniosa ed espressiva, onde viene a formarsi quel mirabile accordo di pregio poetico che tanto risponde alla vaghezza dei fatti che trattano

Di donne e cavalier, d'armi e d'amori.

«L'Ariosto avea pensato sull'arte e sul gusto de' suoi coetanei, e una lunga esperienza gli aveva giovato. Ei tenevasi certo del buon effetto del suo poetare.... di quel suo metodo di complicare l'azione principale frapponendovi gran varietà di favole secondarie, le quali, sebbene possano sviare chi legge, pure hanno virtù di colpirgli la fantasia, e di strascinarlo alla catastrofe del poema, dove si vede lo scioglimento delle varie avventure. — Egli inebria la fantasia, vuole che quanto a sè piace piaccia anco a noi, che solo vediamo ciò ch'egli vede. — Nell'istante medesimo che la narrazione di un'avventura ci scorre innanzi come un torrente, questo diventa secco ad un tratto, e subito dopo udiamo il mormorìo di ruscelli di cui avevamo smarrito il corso, desiderando pur sempre di tornare a trovarlo. Le loro acque si mischiano, poi tornano a dividersi, poi si precipitano in direzioni diverse; talchè il lettore rimansi piacevolmente perplesso al pari del pescatore, che attonito all'armonia de' mille strumenti che suonano nell'isola di Circe, pende le reti.... e ode»[130].

Con lettera del 9 ottobre 1532 mandò «innanzi a tutti gli altri» un esemplare del Furioso alla marchesana Isabella di Mantova cui sapeva essere gratissime le composizioni di lui ([pag. 302]): ma quando aveva il maggior bisogno di riposarsi dell'affoltata fatica dell'opera, e godere in tutta quiete le felicitazioni degli amici e degli uomini celebri di quel tempo ch'egli andò sempre più lodando o rammentando nel suo poema, fu costretto portarsi in compagnia d'Alfonso I il 7 novembre in Mantova all'arrivo dell'imperatore; chè il duca voleva spesso l'Ariosto a sè vicino, e molto più adesso per l'ambizione di mostrar nel suo séguito il poeta che ognor saliva in maggior fama e che formava l'invidia delle altre corti.