L'altro tardò qualche tempo a saltar fuori. I fidanzamenti sfumati avean recato danno alla fanciulla e giovato alle amiche di lei, che si ripagavan delle passate ore d'invidia, illustrando il suo soprannome.
Toniolo Montalba diede una conferenza in quei giorni, sulla semeiologia dell'apparato respiratorio. Nora volle andare ad ascoltarlo, per divertirsi; s'era imaginata che la semeiologia avesse qualche attinenza col giardinaggio e l'orticoltura. La conferenza fu un fiasco: pochissimi ascoltatori, sparsi in una sala immensa e male illuminata, tra i quali Nora e Fräulein avevan destata una curiosità chiacchierona e irriverente. Nora aveva un cappello smisurato che distraeva l'oratore già intimidito dalla mancanza del pubblico. Il Montalba parlò male, si confuse, incespicò, trattenne l'uditorio per un'ora e un quarto senza mai animarlo; e nessuno si ricordò, a conferenza finita, di tributare a Toniolo i soliti quattro applausi.
Nora tornò a casa e pianse.
— L'ho rovinato io col mio cappello! — disse alla cameriera. — Ho sul cappello un maledetto esprit, che cava gli occhi e non sta mai fermo. È impossibile parlar bene di.... di.... quella cosa, davanti al mio cappello!
Toniolo non parve addarsi dell'insuccesso; tacque, meditò come al solito, con le mani in mano, e non disse neppure d'aver visto Nora e Fräulein alla conferenza. Diventato più pigro e trasognato, obbediva alla fanciulla con la docilità irragionevole di Trust.
Ma gli avvenimenti stringevano. La bellezza di Nora, che aveva ormai diciassette anni compiuti, era delicata e soave: la luce calda che ne illuminava gli occhi, era addolcita dall'ombra azzurrina delle ciglia, e un sorriso calmo, ingenuo, puro, attenuava la vivezza quasi procace delle labbra rosse. Snella e pieghevole, ardita e forte, si conservava tutta candida nel pensiero, diceva ancora sventatamente ciò che le passava pel capo, ignorando la civetteria e la doppiezza cortese.
Gli uomini cominciavano a guardarsi in cagnesco per lei. Il dottor Montalba aveva capito la necessità di farsi meno assiduo e men familiare. Tra il capitano Demarchi e il conte Sciffi, ambedue desiderosi di guadagnar le simpatie della fanciulla e di chiederne la mano, eran corse parole agre, e s'era accomodata la cosa a stento, per un riguardo a Nora e alla sua famiglia. La signorina Empiastro trionfava senza avvedersene; pericolosa senza pensarlo; tanto più invidiata e desiderata quanto meno s'occupava di uomini e di matrimonio.
— State attente, — si dicevan le amiche di lei. — Sposerà un principe, quella stupida!
La mamma cominciava a riflettere ella pure; qualche candidato lo rabboniva e lo licenziava da sola, alla lesta, come il professor Castelli, che aveva trent'anni più di Nora e farneticava di sposarsela, o il marchese di Serrati, il quale fabbricava il cognac italiano e si ubbriacava col cognac francese.
Ma di taluni altri bisognava pur parlare con la fanciulla, perchè eran candidati serii e desiderabili. E occorreva decidersi, per finir quella processione di spasimanti che ingombravan la casa e obbligavan la mamma a tener gli occhi sbarrati. A furia d'attendere e di procrastinare, ella si trovò ad averne tre in un colpo; uno aveva avanzato la sua domanda regolare; gli altri due, poichè la signora Grifi li fiutava ormai da lontano, la meditavano.