Secchi e sonori per l'amico silenzio, l'orologio del giardino diffuse dodici colpi.

Li contai adagio, smorzai i lumi, lasciando accesa la sola lucerna pensile. Mi diedi un ultimo sguardo nello specchio: la gardenia, lo sparato candido, l'abito nero, anche il viso molto pallido, sembravano giovarmi. Al momento d'aprir l'uscio, ero tranquillo; meglio, ero ilare e sicuro di me; avevo un indiavolato bisogno di scherzare. Apersi, passai nel salotto oscuro, ma grave di profumi come la mia camera. Un sottil filo di luce rosseggiava sotto l'uscio della stanza di Lidia: troppo intenso, non poteva provenire dalla lucerna da veglia; era la luce d'una lampada portatile. Posta dove? Non presso il capezzale.

Lidia aveva fatta un'illuminazione nervosa come la mia?

Bussai leggiermente alla porta di Lidia, e mi sentii sorridere.

L'orologio ribattè i dodici colpi nel giardino. Che lampo era stato e che eternità quell'intervallo!

Avvertii un lieve romore: poi il silenzio proseguì dovunque.

—Lidia!—dissi ponendo la mano alla gruccetta dell'uscio.

—Avanti!—rispose con voce soffocata.

Apersi l'uscio e guardai.

Lidia, in accappatojo, coi capelli sciolti, aspettava in piedi presso una poltrona. Da una tavola sotto la finestra, una lampada alquanto attutita dal paralume a smeriglio, sprigionava luce blanda, quasi pulviscolo azzurrato, che veniva a stendersi sui capelli, sulla fronte, sulle guance di Lidia e le dava una stanchezza, come dopo il ballo, al sorger dell'alba. L'atteggiamento della giovane denotava un'apprensione vivissima, tradita pure dal respiro precipitoso che le agitava il seno.