—Non ti sei coricata?—domandai, mentre avanzavo richiudendomi l'uscio dietro le spalle.
Lidia fe' cenno di no colla testa.
—Hai avuto paura?—dimandai di nuovo, prendendole una mano.
Lidia fe' cenno di sì.
Mi sedetti sulla poltrona a cui ella era appoggiata, e tenendo tutt'e due le mani di Lidia, attrassi la fanciulla sulle mie ginocchia.
—Vediamo,—dissi, posandole le labbra sulle labbra caldissime ed immobili.—Io son desolato d'essere costretto a disturbarti; ma non prevedevo di trovarti ancora alzata. Volevo semplicemente augurarti la buona notte. Sorridi?… Non bisogna dubitare delle mie parole,—aggiunsi, mentre mi scoprivo a sorridere io pure.
Noi, così seduti, avevamo la tavola colla lucerna alle spalle e di fronte il letto; il letto sui guanciali serbava l'impronta della testa di Lidia e le coperte apparivano già rimosse. Evidentemente, Lidia s'era coricata, e vinta a un tratto da un'impazienza nervosa, aveva dovuto alzarsi.
La fanciulla afferrò il mio sguardo, arrossì, e rise lievemente.
—Questa paura!—continuai.—Non t'ha lasciata riposare? Ma di che cosa hai paura? Di me?—
Le presi la testa fra le mani e l'obbligai a guardarmi; i suoi occhi azzurri continuavano a ridere sì piacevolmente, ch'io li avvicinai e li baciai senza aspettare la risposta. Finalmente, le labbra di Lidia si mossero a restituirmi il bacio. Il sistema, come il più semplice, era dunque anche il migliore.