Una bell'accolta di provinciali, in quel salotto, curiosamente impacciati di sedersi in un divano a molle e di prendere il tè col latte: per giudicarli, bastava un'occhiata ai colori onde le signore si pavoneggiavan nelle vesti, e alle cravatte degli uomini.
—Se queste son le tue nuove conoscenze, mi congratulo della scelta,—dissi a Lidia sottovoce.
Lidia crollò il capo, prendendo familiarmente da un vaso della caminiera una mano di garofani, che in un batter d'occhio s'appuntò sul davanti del corpetto.
—Sono miei?—chiese a Ettore.
—Sì signora,—fece questi, occupato a spinger nel mezzo il tavolino da giuoco.—Mi ha tolto il piacere di offrirglieli….—
La frase mi sembrò audace; gettai un'occhiata rapida intorno per vedere se fosse stata notata; ma tutti chiacchieravano gaiamente, ed ebbi l'intuizione che se fossi rimasto più a lungo a sorvegliar l'écarté di Lidia, avrei finito per esser notato io, peggio di qualunque frase.
Dall'angolo ove m'ero posto, confrontai il giuoco d'Ettore col giuoco di Gian Luigi e vi trovai spaventose differenze.
Non teneva la testa curva sulle carte, Ettore; non era triste nè pallido; i suoi occhi guardavan Lidia prima d'ogni altra cosa, poi venivano a cercar prudentemente i miei, e credendoli distratti o divertiti, ritornavano a Lidia.
Non avrei voluto che fosse: ma mi sembrava l'écarté potesse magnificamente sostituire qualunque lezione di qualunque lingua….