—Sei molto pallido,—osservò, mentre si staccava.—Non ti senti male?
—No, cara. Ho la camera zeppa di fiori; deve essere il profumo che m'ha alterato un istante.
—Dev'essere il profumo!—ripetè Lidia chiudendo l'uscio e accompagnando il gesto con un grazioso saluto del capo.
—«Sì, il profumo,—pensai.—Ma quale?»
Il salotto era oscuro; ciò mi servì di pretesto per accomodarmi su una sedia vicinissima all'uscio.
Io udiva così Lidia muoversi nella sua camera; il fruscìo dell'accappatojo sciolto e cadutole ai piedi, facendole cerchio, e dell'accappatojo raccolto su una sedia; lo scricchiolìo del letto che accoglieva il corpo leggiero; un fievole colpo di tosse.
—Sergio!—chiamò la voce di Lidia.
Non so perchè, l'essersi ella coricata diede ad entrambi maggiore sicurezza. Lidia medesima sorrideva, guardandomi rientrare, sebbene si fosse accuratamente volte intorno le coperte fino al collo; aveva spinta la poltrona accanto al letto.
—Il mio posto?—domandai, restando in piedi.
—Il tuo posto è lì,—ella rispose accennandomi cogli occhi la poltrona.