M'avvicinai alla tavola e posi innanzi a quella lucerna una specie di ventaglio roseo, che mutò sùbito la luce viva in altra delicatissima. L'accappatojo di Lidia prendeva una tinta deliziosa, difficile a riprodursi, che pareva gradazione di due colori soavi compenetrati. Rimasi un istante a gustare il quadro. Lidia continuava a guardarmi coi grandi occhi turchini.

M'accorgevo che se avessi ceduto alla mia volontà, invece di riprendere il posto nella poltrona, come feci, avrei abbracciata Lidia e l'avrei atterrita coll'irruenza d'un amore represso e rattenuto per due anni.

—Non ti senti stanca?—le chiesi, senza pregarla d'avvicinarsi.—Vuoi coricarti? È passata la mezzanotte.

La fanciulla girò la testa intorno, come cercasse un angolo discreto.

—Io me ne andrò,—aggiunsi.—Vuoi?

—Sì,—rispose Lidia, movendosi per aprirmi l'uscio.

Quando fummo sulla soglia, ella tradì una fuggevolissima esitazione, come ogni volta respingeva un pensiero malagevole ad enunciarsi.

—Io aspetto qui in sala…. Volevi dirmi?

—Volevo dirti questo, appunto,—ella confessò. E per nascondere il suo turbamento, si ricoverò fra le mie braccia.

Provai tale un'impressione di tutto il suo corpo sul mio, tale una vertigine di piacere, che dovetti ricordarmi il proposito di non fare un'invasione da barbaro,—per resistere all'agitazione di prender Lidia e portarla sul letto e spogliarla io. Non dubitando del cimento al quale mi sottoponeva, Lidia rispose a un tratto al mio bacio e mi circondò delle braccia il collo.