Quindi, la fanciulla ridivenne fiduciosa. E così l'attimo fuggente si dileguò.

III.

Parecchi anni addietro, al buon signor Pfaff, io aveva domandato un giorno:

—Perchè non mettete un'epigrafe sul vostro ricovero di pace e di salute?

Il signor Pfaff m'aveva guardato senza rispondere, ed era stata la figlia a spiegargli il mio concetto.

La signorina Silesia Pfaff, dopo aver discusso alcun poco in dialetto grigione col padre, mi s'era rivolta dicendomi in italiano sgangherato che il padre non capiva e che se volevo porre un'epigrafe sul piccolo albergo, la dettassi a lei.

Fu così che sul ricovero di pace e di salute lampeggiò in lettere d'oro l'iscrizione:

VENITE, DOLENTES.

E i dolenti venivano, uscendo dalla ressa delle città, pallidi e smunti, e cercavano il silenzio, la vita semplice, l'armistizio di pochi mesi nella battaglia rabbiosa di tutto l'anno. E v'ero venuto io medesimo, ora curvo per la morte di mia madre, indimenticabile figura di donna bruna e nobile; ora freddo, caustico, per l'opprimente perizia degli inganni; ora scosso e attonito per la morte inaspettata di mio padre; ora vuoto ed aspro per diffidenza degli altri e di me stesso; e ogni volta, l'anima aveva ricongiunte le ferite, s'era dilatata nel silenzio, s'era compiaciuta di quella grande e libera solitudine.

Al caro luogo avevo prestata quasi una simbolica potenza di farmaco. Vi sognavo bene, come in città non era possibile, e vi attingevo preziosi cumuli d'energia morale; talchè nelle gioje lo desideravo per meglio compenetrarle, e nei grandi dolori per essere umile innanzi a superbi spettacoli di paesaggio.