L'albergo del signor Pfaff era situato fra Splügen e Andeer, sulla via per Coira, in posizione così felice che sempre, quando la diligenza vi si fermava dinanzi, erano esclamazioni ammirative fra i viaggiatori. Poichè, dietro la casa, i prati si stendevan verdemente fino al Reno, indomato ancora e ruinoso; davanti eran la strada postale e la lunga serie di pinete che costeggian quella strada per notevole tratto; la conca nella quale l'albergo ha fondamento, è formata da montagne, alcune ricche d'abeti e di lecci, altre brulle quasi il fuoco vi sia passato con indileguabil traccia di devastazione. Intorno, vie numerose conducono ai boschi, ai villaggi, ai monti; una, poco aperta allo sguardo, dietro la casa del signor Pfaff, costeggia il Reno, avvallata fra gli alberi fitti, e conserva l'indole selvaggia delle strade raramente percorse.
Più in alto, al disopra dell'albergo, il villaggio di Sufers, con quelle case metà di legno e metà di pietra, che danno sùbito l'imagine della Svizzera, come le pagode caratterizzano l'India e gli edifici a più tetti e a sesto acuto indicano la Cina. Spesso, in quel villaggio di Sufers, preziosamente conservati sul davanzale delle finestre, alcuni vasi di geranî e di garofani, risvegliano una nota d'allegria gentile.
Noi eravamo diretti al ricovero di pace, non dolenti, ma lieti anzi d'inesprimibile contentezza.
Avevo pregata io Lidia di seguirmi lassù, perchè mi pareva ed era triste cosa di non aver raccolte in un sol luogo ed in un successivo spazio di tempo le più pure nostre memorie.
Un po' di vanità femminile aveva forse giovato a convincer Lidia del mio disegno; l'idea di varcare il confine e di veder costumi nuovi, le era parsa men comune e preferibile a un pellegrinaggio per città italiane, notissime a tutti; ne' suoi viaggi colla famiglia, non s'era mai spinta oltre il lago di Como o il lago Maggiore.
Salimmo nella carrozza da posta verso mezzogiorno. L'antico veicolo dipinto in giallo e rosso e tirato da quattro cavalli, ci poteva illudere un istante di non vivere in un'età insopportabilmente civile e meccanica. Noi avevamo agio a gustare la bellezza dei luoghi e ad aspirare una purissima aria montanina, comecchè il giorno fosse ricco d'azzurro e di sole.
Nella scossa che il veicolo ci comunicò mettendosi in moto, Lidia mi si appoggiò tutta, ridendo, ed io le strinsi le mani. D'improvviso, mi ricordavo una molestia patita il mattino stesso durante il viaggio in battello da Como a Colico. V'era salito un giovane elegante, il quale non aveva smesso di guardar Lidia con occhiate da scapolo esperto, date a tempo e in modo che la persona osservata non se ne avvedesse.
Per l'insistenza stupida dell'ammiratore, avevo sofferto con ridicola intensità, e pretestando l'aria troppo fresca, avevo finito per invitar Lidia a discender meco sotto-coperta.
Era un principio di gelosia vaga? Senza dubbio, quantunque incoerente col mio intero passato; non ero mai stato geloso d'alcuna donna, o perchè non ne valeva la pena, o perchè sapevo allora dominarmi. Ma indubitabilmente d'ora innanzi, gli sguardi, i sorrisi, le parole dirette a Lidia, m'avrebbero fatto male; potevo affermarlo con sicurezza quasi matematica.
Ciò era necessario e illogico siccome ogni paradosso di sentimento. Lidia era bella, e non d'una bellezza così capricciosa da risvegliar l'attenzione di pochi intelligenti; ma d'una bellezza fresca, ingenua, assai pura, che avrebbe stimolato il desiderio perverso, quel desiderio del male, del corrompere, dell'insozzare un'anima il quale è peggiore di gran lunga d'ogni desiderio sensuale, e pur s'annida in fondo al cuore di molti uomini.