Sulla soglia, la signorina Silesia Pfaff, coi capelli neri accuratamente ravviati e la tipica faccia rubiconda, comparve insieme a Leo, il grosso cane di Terranova al quale ero insoffribilmente antipatico.
La signorina mi porse la mano, Leo m'abbajò contro, secondo il solito. Ancora, Lidia fu una delusione per Silesia, per quanto questa s'affrettasse a salutare ossequentemente; ma certo pensò che se avessi sposata lei, avrei fatto miglior negozio.
Ci avevano approntate al primo piano due camere da letto comunicanti, un salottino e una specie di studio colla scrivania, dove avrei potuto sognar di lavorare; luce e fiori dappertutto, la quale particolarità mi parve assai gentile e mi obbligò a ringraziar vivamente Silesia Pfaff che ci accompagnava.
Quando fummo nel tinello per la cena, potei notare che le razze hanno istinti non mai fallaci e sconfessabili; perchè, se Lidia aveva delusa l'aspettazione degli svizzeri tedeschi, provocò l'ammirazione dei due francesi che ci avevano preceduti; un'ammirazione rispettosa, ma chiara per qualche sguardo e per quell'impaccio quasi piacevole che una bella donna ispira sempre ai giovani.
I due viaggiatori, sulla trentina, eleganti per abitudine, compìti per esperienza di società, eccellenti parlatori, si contentarono di discutere fra loro alcune questioni superficiali di letteratura; ma in modo che se la buona volontà non mi fosse mancata, avrei potuto io pure esprimere delle opinioni, concordi o contrarie, il che era affatto indifferente a me e ai due francesi.
Io aveva ben più dolce esca alla mia attenzione. Lidia, dai cupi occhi azzurri e dalle labbra vermiglie, appariva serenissima, e la grande notte silvestre che calava, prometteva un'immensa voluttà di silenzio.
IV.
Per tutto quel mese di luglio milleottocento ottantasette, uno spettacolo di saltimbanchi e una passeggiata notturna furon le sole digressioni nella gran calma felice della nostra vita.
All'albergo eran sopravvenuti altri forastieri, i soliti dogliosi in cerca d'oblio; ma noi li vedevamo di rado, non intervenendo alla mensa comune. Intuivo parecchi intorno a noi che sorridevano del nostro appartarci; quei due francesi incontrati pei primi, dovevan filosofare mirabilmente sull'idillio che presentavamo loro, e una vecchia dama bisbetica sogguardava Lidia con qualche acredine, incolpandola d'essere nata cinquantacinque anni dopo di lei.
Ciò non era molto doloroso e noi gustavamo con tanta intensità il nostro egoismo a due, che per tutti gli altri ci sentivamo feroci.