V'erano e vi sono, in quell'angolo delizioso dei Graubünden, lunghissimi tratti di strada quasi per null'affatto frequentati e secretissimi e riparati fra la verzura e simiglianti a certi selvatici e vergini paesaggi, dal pennello più presto imaginati che riprodotti fedelmente; ora chiusi come interminabili chioschi, ora aperti come giardino signorile, dove la vigile attenzione dei paesani ha collocati opportunamente i sedili pei rari passanti.
Noi sceglievamo sempre quelle vie, procedendo fin che il Reno sopraggiungeva ad accompagnarci, scapigliato di schiuma, e spesso, non contenti dell'impreveduto e del mistero, lasciavamo la via segnata, inoltrandoci pei boschi, salendo pei greppi che i lichéni avevan ricoperti di morbidissimi tappeti naturali, qualche volta anche arrischiandoci su rocce a picco, dalle quali si poteva veder sotto il ruinar vertiginoso del fiume.
Lidia, cogli abiti a chiare tinte, formava in quella varietà di cose belle per dolcezza o per orrore, un inarrivabile complemento, che io ammirava col rammarico di non sapere in modo alcuno descrivere. Quando,—pel timore che le crittogame delle rocce non nascondessero qualche falla del terreno,—Lidia s'attaccava alla mia mano e camminava così a capo chino, studiando il passo, sorridendo un po' nervosa, aiutandosi col bastone ferrato e chiedendomi cogli occhi una parola incoraggiante, io non trovava altra parola che il bacio, dato sulle labbra fresche, volonterose.
Qualche incontro inaspettato animava le nostre escursioni; dei camosci, a gruppi di tre o quattro, s'allontanavan lentamente, rivolgendo la testa a guardarci coi neri occhi oblunghi; degli scoiattoli bruni fuggivan d'albero in albero, la coda ritta, le piccole orecchie calate per la paura; ed eran graziose macchie sullo sfondo verdastro dei tronchi antichi.
Talora, alti cumuli edificati pazientemente con fuscelli di pino, c'indicavano il soggiorno delle formiche rosse, e innanzi a quei meravigliosi risultati dell'intelligenza animale, Lidia ed io ci soffermavamo a lungo. Quelle formiche, d'un'audacia e d'un coraggio diabolici, si rizzavan sull'addome appena tocche, s'avventavano con furore contro la punta del mio bastone, eran tremendi guerrieri capaci dei più inauditi eroismi; se io gettava loro qualche insetto, era un accorrere da ogni dove, un fermarlo, un assalirlo per quanto esso potesse sembrare smisurato al confronto degli assalitori; se scoperchiavo il formicaio, le abnegative abitatrici del luogo correvan tosto a nascondere e a riseppellire le uova così esposte, e si rizzavano a guardar donde venisse l'attacco, e senza frapporre indugio rimediavano alla catastrofe, ricostruivano immediatamente le abitazioni distrutte. Spettacoli non poco umilianti pel mio orgoglio d'homo sapiens. Fu giusto al ritorno da una di quelle passeggiate istruttive, che, seguendo un sentiero in mezzo ai campi, protetto su un lato da un filar d'ontani, Lidia s'arrestò ad osservar le incisure che mani ignote avevan fatte nel tronco degli alni; eran lettere intrecciate, numeri e motti stentatamente segnati nella corteccia, ricordi sentimentali.
La donna mi domandò il coltellino per aggiungere i nostri nomi all'elenco sospiroso; girò intorno al tronco per trovarne una faccia priva di segni, e vedendo una S circondata da mirabili ghirigori, mi chiese:
—Quando hai inciso questo, Sergio?
—Mai, cara,—risposi.—Lo vedo ora per la prima volta.—
Più sotto alla S, v'era un'A, e più sotto ancora, la S e l'A s'univano in un monogramma, come due amanti che dopo battuta diversa via, si ritrovano e si congiungono per sempre.
Lidia mi restituì il coltellino, prese il mio braccio e s'incamminò meco senza far parola.