Era donna, Lidia oramai; così donna da inquietarmi un poco per la seduzione inconscia ch'ella esercitava sui miei amici. Io non poteva più contar quelli che la desideravano; erano tutti, giovani e vecchi, ammogliati e celibi; gli ammogliati non m'avrebbero ceduta volentieri e per un lasso di tempo indeterminato, la loro sposa fedele in cambio della mia? Sì, certo; son cose che si fanno, salvando naturalmente le apparenze.
Dovevo essere odiato quanto era desiderata Lidia, da costoro.
La mia presenza immancabile li urtava come un'offesa personale; entravan nel salotto strisciando, la schiena curva, il sorriso rutilante; trovavan Lidia, coi piedini sulla proda del caminetto, un libro pesante alla mano; fuori c'era l'aria grigia di dicembre; un complesso di cose molto propizie a discorsi sentimentali, a preliminari d'attacco.
Ma se domandavano:
—«E Sergio, il nostro caro Sergio, come sta?»—e si sentivan rispondere da Lidia:
—«Bene, grazie. È nello studio; ora lo faccio chiamare,»—
addio speranze, addio preliminari e discorsi sentimentali!…
Però, quando compariva io, le strette di mano eran così calorose come tornassi da un viaggio di circumnavigazione.
Io mi meravigliava di una cosa sola: che quei furbi seduttori, quegli esperti ladri onorabili, non s'accorgessero, nella loro furberia, come la mia presenza fosse affatto superflua a sventar le loro arti; come Lidia, anche sola, anche triste, anche corrucciata contro di me, non fosse donna da cascar fra le loro braccia.
Ma essi mi trovavan troppo brutto al loro confronto, per ammettere simile verità; non so chi, aveva loro insegnato che necessariamente una donna deve cadere; oggi, domani, fra un mese o fra un anno, la caduta avviene; e nell'aspettazione, essi frequentavano la mia casa, e si sedevano alla mia mensa, come già io aveva fatto con Giorgio Uglio.