Guardavo le donne.

Ero in quel tremendo periodo di studio muto e desideroso, che non ho dimenticato mai, che si prolungò oltre misura e che mi stampò nel cervello così lucide imagini femminili, da poterle evocare nuovamente oggi, a distanza d'anni, direi quasi con un semplice corrugar di ciglia. Esse balzan luminose nella steppa grigia del passato.

Guardavo le donne, raccolte intorno a Lidia, e specialmente quelle le quali avrebbero potuto essere belle e non lo erano; voglio dire, le non riuscite. Avevano occhi piacevoli e brutta bocca; o bocca espressiva e naso lungo; o naso esatto, bocca deliziosa, occhi loquaci, e mancavan d'ovale al viso, o di capelli ricchi, o di statura elegante, o di seno giusto. Io sentiva per queste il rincrescimento d'un artista che lo scalpello ha tradito.

E mi volgevo alle altre,—poche, tre o quattro,—nelle quali v'era armonia e disposizion di forme da sostenere un'analisi, dopo aver soddisfatta la sintesi. Ancora, per esse non avevo alcuna tenerezza; forse m'erano spiritualmente antipatiche, e certo, non valevano Lidia; ma tutte, a una, a una, rappresentavano l'altra, l'incognita, la donna su cui non avevo diritto alcuno; e le guardavo perciò, e mentre mi lasciavano il cuore vuoto, dominavano il mio pensiero.

Mi sarei irritato se una di costoro avesse creduto di poter prendere il posto di Lidia; e,—ammettendo per un istante una concessione al potente bisogno di cambiare,—sentivo che avrei avuto il cattivo coraggio di spiegare tal bisogno e di respingere, nella donna che mi si fosse data, ogni speranza di stabilità nella nostra colpa. Infine, io sarei stato capace di dire: «Vi voglio, non già perchè siete voi; ma perchè non siete Lidia».

Formola così vera, che mi toglieva speranza di trovar la donna atta ad apprezzarla.

Non potevo sopportare le bionde, in quel periodo; la sola vicinanza loro mi dava la sensazione tattile dei capelli lunghi, serpentini, di Lidia e la visione del suo corpo; eran le brune che preferivo studiare, provando certi curiosi impeti d'afferrarle alle spalle e di rovesciar loro la testa all'indietro, per baciarne la gola bianca.

Nessuno in quel salotto avrebbe imaginati i galoppi della mia mente; perchè gli uomini e le donne, dopo aver tentennato a lungo per definir me, Lidia, il nostro matrimonio, e collocarci in una delle categorie prestabilite dal mondo,—avevan finalmente trovate e la definizione e la categoria, mettendoci con un gemito fra gli «esemplari»; quel giorno stesso in cui mi gravava sullo spirito il peso enorme dell'esemplarità.

La fiamma d'un robusto fuoco nel caminetto gettava sul viso d'una di quelle brune agognate larghi sprazzi di luce che salivan dalle ginocchia al busto, dal busto alla testa, e le passavan dietro gli omeri a formarle uno sfondo mobile, saltellante, corrusco. Ammiravo di costei, sopra ogni altra cosa, la dolcezza del ridere, che non era contrazion di muscoli, ma lene conquista d'espressione, di cui la bocca era la sorgente e gli occhi la foce per cui si trasmetteva agli altri.

La bruna stava presso il caminetto, volgendogli il fianco sinistro, e di fronte a me, ch'ero all'altro lato; ma ella teneva il capo rivolto a destra, verso il divano. Mi ricordò così, indirettamente, che a Gian Luigi Sideri eran dovute le maggiori cortesie, come ad ospite quasi celebre; e quando mi levai, vidi gli altri tutti intenti ad ascoltar Lidia e Gian Luigi.