Lo studio, dalla tettoia vetrata, era illuminato di luce diurna; non troppo ampio, d'esatte dimensioni, con due finestre prospicienti la strada; a fianco dell'una stavan la scrivania e le poltrone di pelle a borchie d'ottone, e innanzi all'altra una giardiniera con alcuni vasi di fiori dai freschi sbocci. La parete cui s'appoggiava la poltrona della scrivania era coperta fino a metà altezza da una cornice rettangolare contenente schizzi d'autore, piccoli paesaggi, teste a tempera; e immediatamente sotto la cornice, un divano di seta color giallo scuro, con avanti un tavolino ingombro di barattoli e di volumi rilegati. Addossati alla parete di contro, la libreria e uno scaffaletto; poi, senz'ordine voluto, qua e là, diverse poltrone, della medesima stoffa e del medesimo color del divano.
Un odore forte di sigaretta aleggiava per la camera e si mischiava a un altro profumo, più sottile, meno dominante, come riposto e ad ora ad ora agitato dai nostri movimenti.
Era un profumo non ignoto alle mie nari, ma snaturato alcun poco dal luogo; cosicchè m'arrestai sulla soglia, fiutando e fissando Ettore, che sedeva innanzi alla scrivania, colla testa appoggiata alle mani.
—Addio,—egli disse, guardandomi dall'alto in basso, con un'occhiata ch'io sapeva caratteristica delle più negre ore dell'uomo.
—Odore di violetta, d'eliotropio, d'avventura proibita!—risposi, inoltrandomi e stringendo la mano del Caccianimico.
—Ah sì!—egli fece con aria annoiata.—Laura Uglio è venuta a trovar mia moglie ed è passata di qui a salutarmi. Dovreste esservi incontrati sulle scale.
—No,—dissi.
—Siediti. Laura Uglio non viene in casa tua?
—No.
—Per che cosa? Perchè c'è stato fra te e lei?… che sciocchezze!—esclamò Ettore, stirandosi e sorridendo d'un pessimo sorriso.—Acqua passata non macina più. Vien pure in casa dei tuoi suoceri, Laura.