—Non so perchè te ne stupisca tanto! Sei diventata bianca in faccia, come se si trattasse d'una disgrazia di famiglia,—osservò sua madre.

—Nervi:—rispose la fanciulla.—Non sempre si è padroni dei proprii nervi: io stanotte ho dormito poco e male.

E dentro il cuore, una voce le gridava: «Bruno! Dov'è Bruno? Che è avvenuto di lui?».

—Anch'io non ho dormito,—riprese con un sospiro la signora.—Fosse il temporale, fossero i pensieri per quella tua scappata col conte Massenti, non ho potuto chiudere un occhio. Non so quando ci dirai le ragioni per le quali hai messo alla porta, senza avvisarcene, senza averne il permesso, quel vero gentiluomo.

Nicla fremeva in silenzio. Bruno? Dov'era Bruno?… E sua madre parlava di Duccio e del matrimonio e del segreto!

Ma comprendendo che non v'era nulla da sperare, e che su quell'argomento Nicla non avrebbe dato alcuna risposta, la signora si volse all'altro, e seguitò:

—Sicuro, è scappato. Ieri erano stati a cercarlo per il pagamento di cinquantamila lire. Egli non riceveva. Poi ha licenziato tutti, e durante la notte è scappato coi cavalli, invece che con la ferrovia. Credo sia pazzo. Viaggiare in carrozza da posta con un tempo infernale, sotto i fulmini, per non trovar creditori anche in treno, è veramente un'idea da matto.

—E dove è andato?—chiese Nicla, cercando d'ingoiare la sua bevanda con la gola serrata.

—Dicono a casa sua, dalla madre e dai fratelli, per estorcere altro danaro.

—E la villa?