—Io la supplico, signor conte….—incalzò il dottore.
Ma si arrestò a un'occhiata scintillante d'ira.
—Facciamola finita!—annunziò Fabiano.—Io mi tengo mio figlio…. Lei ha eseguito con fedeltà gli ordini avuti, e non deve aggiungere parola…. Dica a Francesco che Brunello non lo vendo nè per ottomila lire l'anno, nè per un milione. E impari, egli che è ricco, ad essere anche onesto!… Può andare!…
Il dottor Alemanni s'inchinò, e raggiunta la soglia, uscì….
Non era stupito del cattivo esito della sua ambasciata; conosceva il conte da molti anni e sempre lo aveva trovato superbo e caparbio, e sempre ne aveva ammirato quasi con timore l'arte del sofisma, l'abilità del colorire i torti come ragioni, e di dare al capriccio la parvenza del diritto.
La famiglia stessa aveva preveduto che le sue proposte sarebbero state respinte, e non s'aspettava affatto che il dottor Alemanni potesse compiere un miracolo e condurre Brunello a casa.
Il notaio scese le scale, dicendosi che bisognava pur giungere alla lotta aperta, o il bambino sarebbe stato la prima vittima di quelle esitazioni.
Brunello era in cortile, dritto vicino a una piccola carrozza con due cavalli pomellati; in un angolo aveva disposto la scuderia con altri cavalli, il cocchiere e il mozzo. Ma non giuocava.
Il dottor Alemanni lo sorprese mentre guardava fisso innanzi a sè, assorto in qualche suo sogno lontano.
Pochi passi più in là un cane danese, il cane dell'albergo, disteso magnificamente a guisa di un giovane tigre, sonnecchiava lanciando di tanto in tanto uno sguardo al fanciullo. Doveva essergli compagno, come gli era stato compagno il povero Tiè, che il conte aveva affidato, partendo da Parigi, alla portineria della casa che abitava in via Glück.