Dopo alcuni giorni dall'arrivo, Bruno, salendo verso le cinque a prendere il tè, aveva trovato in salotto un signore, la cui fisionomia non gli parve ignota.

Non ebbe tempo a chiedersi dove l'avesse visto, che già Clara Dolores aveva fatto la presentazione.

—Il mio Bruno. Il conte Duccio Massenti.

Bruno s'inchinò e si lasciò stringere la mano.

—Il conte è un vecchio amico di casa,—continuò Clara Dolores.—Tu forse non lo ricordi, perchè eri piccino….

Bruno e il conte si guardarono di nuovo; ambedue rammentavano benissimo, ma nessuno disse parola.

—Un vecchio amico e un fidato consigliere,—seguitò la contessa.

—Che cosa ti ha consigliato?—domandò Bruno in tono beffardo.

Ma la contessa spaurita dalla domanda insolente, finse di non averla udita, e parlò presto d'altre cose, dell'addobbo, delle noie che le arrecavano gli operai, del tempo rigido.

Bruno ingoiò una tazza di tè, sogguardando il conte, fattosi canuto precocemente ma sempre mellifluo, con un sorriso dolciastro sulle labbra. Il giovane sentiva in lui l'ipocrisia.