Bruno tornò da Parigi, ma tornò a casa sua.
Un sordo inesplicabile presentimento lo teneva lontano dalla campagna e da Nicla, sebbene desiderasse, anzi forse perchè desiderava appassionatamente l'una e l'altra.
Ormai egli a Nicla e Nicla a lui s'eran confessati: si amavano.
E dover vivere sotto il medesimo tetto, passare la notte in camere forse vicine, essere martoriati di continuo dal desiderio ed eccitati senza posa da incantevoli ricordi, gli pareva supplizio da fiaccar le forze del più tenace lottatore.
Nicla nella sua inesperienza poteva illudersi; egli non s'illudeva affatto.
E perchè cercare volontariamente e deliberatamente un martirio inutile? Perchè sfidare il pericolo?
Talora si diceva che non era umano lottar con sì ostinata costanza; meglio valeva lasciarsi travolgere dalla passione, correre da Nicla, suggellarle la bocca con la bocca, perdersi per sempre in un delirio senza nome e senza fine.
Egli non aveva mai conosciuto la felicità; la felicità era Nicla, che pareva gelida e ardeva; la felicità era Nicla, così sua, così legata a lui con tutte le più dolorose fibre dell'anima, che ella gli avrebbe dato amore e vita e passione, in un grande inenarrabile empito di gioia. Meglio era amarsi per un'ora sola, suprema, e poi morire.
Ma quando pensava in tal modo, e il sangue gli martellava nei polsi col furore dissennato dei suoi vent'anni, gli si faceva tosto innanzi l'imagine di Gigi Barbano.
Gigi Barbano gli aveva gettato le braccia al collo e gli aveva detto: «Tu sei un fratello, e ti accolgo come un fratello!». E a Nicla aveva detto: «Mi fido!».