L'eco delle campane si smorzava con lento rintocco. Il cielo era ormai tutto grigio, e le acque riprendevano il loro color verdastro.
Ma dal giardino sottostante s'innalzavano volute di profumi con una sinfonia più vasta che non fosse stata tra il cielo e l'acqua.
Erano aromi che venivano dai cespi immersi nell'ombra come in un mistero; dardi velenosi che ciascun fiore vibrava; parole di voluttà che esalavano dalle corolle; incitamenti al piacere che traboccavan dai calici; e tutti insieme si dilatavano nell'aria, ebbri ed inebbrianti, nell'ultimo spasimo della morte che impendeva, nell'ultimo brivido che precedeva la notte.
Salivano, oscillavano, si moltiplicavano, si diffondevano, si facevan più acuti, bagnavano il viso, penetravan le carni di Nicla e di Bruno, affacciati su quel prodigioso veleno.
E Nicla aveva la visione d'infiniti piccoli mostri lascivi che si tenevan per mano, superbi di straordinarii colori, armati d'armi variopinte, chiomati di chiome cangianti, screziati, spruzzati, gemmati, picchiettati, che le si serravano e le danzavano una tresca furiosa intorno.
Sentendosi prender dalla vertigine, si ritrasse prestamente e si rifece a parlare con Gigi e con zia Amelia. Ma Bruno rimase alla finestra per bere tutto il veleno che i fiori gli prodigavano e impallidire di desiderio e di passione.
Ogni giorno e per tutti i giorni ch'egli rimase a villa Barbano, quella sorda tempesta andò in lui e in Nicla imperversando.
L'uno e l'altra resistevano perchè Gigi era tra di loro, e la sua presenza li richiamava alla realtà; innanzi a lui svanivano i sogni, e i pensieri obliqui si ritraevano sconfitti.
Ma il desiderio era così atroce, la lotta così vana, che Brunello schivava la sua amica; toccava a lei andare a cercarlo e condurlo a rivedere i luoghi più cari; pareva che la vertigine rattraesse, o che avesse da tempo deliberato d'abbandonarvisi e di morirne.
Gigi Barbano, il quinto giorno, annunziò che ripartiva per Milano.