Dalla finestra spalancata entrava un'onda di suoni.

Eran le campane delle reti che affioravano; eran le campane del paese che annunziavano il vespro; eran da lungi le campane delle mandre che tornavano alle stalle: una musica lieve portata lievemente sull'aria.

—Com'è bello!—disse Bruno, che s'era affacciato.

Ai colori brillanti del giorno erano subentrati i fragili colori del tramonto: un morbido color di rosa che sfumava a poco a poco nel color di perla; un pallido cilestre che a poco a poco sfumava nell'argento: e l'acqua, riflettendo con delicata armonia le mezze tinte, aveva le iridescenze dell'opale.

Nicla s'era levata a sua volta e s'era posta a fianco di Bruno presso la finestra.

Ella ricordava.

Quanto l'avevan fatta piangere quegli spettacoli di mestizia, e quei suoni che s'intonavano alla dolcezza dell'ora! Il crepuscolo nella campagna per lei era stato, durante lungo tempo, il più pauroso momento della vita. Aveva perduto Brunello. Tutto diceva che non sarebbe tornato mai più; e non aveva persone a cui confidarsi. Le campane singhiozzavano qua, là, sui monti, in basso, da lungi e da vicino; il sole calava tra una pioggia di cenere; e Brunello viaggiava, chiamandola invano com'ella chiamava lui, e le loro voci andavano disperse nella vastità del mondo.

Ed era tornato, subitamente.

Era a un passo, appoggiato alla finestra, l'occhio velato da soave tristezza e un incerto sorriso sulle labbra. Era a un passo; e le apparteneva come cosa sua, nel più profondo del cuore; ella sapeva il pensiero di lui, ed egli sapeva il suo pensiero; ella poteva fare di lui ciò che più le fosse piaciuto, ed egli di lei poteva disporre come d'una schiava.

—Amore!—sussurrò Nicla così piano, che Bruno solo udì, quasi la voce venisse dal cuore più che dalle labbra d'una donna.