Gigi Barbano aveva risposto ch'era più sicuro di Nicoletta che di se medesimo; che quel ragazzo gli ispirava una pietà profonda; gli avevan tolto il padre ch'egli amava teneramente per rinchiuderlo in una casa di pazzi donde non sarebbe uscito mai più; la madre sua, a dir poco, leggera e volubile; il patrimonio ridotto a qualche centinaio di migliaia di lire, le quali sarebbero durate, sì e no, un anno col malgoverno della contessa. Che rimaneva a Bruno? L'amicizia di Nicoletta, la fiducia di lui, Gigi. Non altro. Egli aveva promesso a Bruno d'essere un fratello, ed era; come Nicoletta era una sorella per lui.

Zia Amelia non aveva insistito.

Ma la frase voleva far presente a Gigi il colloquio di poco prima.

—Un bel cavaliere!—disse Gigi alzandosi e avvicinandosi a
Brunello.—Un bel cavaliere che tutte le donne vorranno disputarsi!

Nicla represse a mala pena un sussulto.

Le parole venivano opportune a rammentar l'audacia di Claudia Viviani; la quale, respinta, s'era messa a capo d'un gruppo di pettegole per bene che andavano sparlando di Nicla, di Bruno, di Gigi; e certo aveva già spedito a quest'ultimo buon numero di lettere anonime.

—Io preferisco esser cavaliere di zia Amelia!…—rispose Brunello sorridendo.

—E le piccole ragazze di Parigi? e le dame bionde di Vienna?—insinuò
Gigi.

Nicla serrò le mani per angoscia.

—Ascolta!—esclamò Bruno, abbandonando la matassa e tendendo avido l'orecchio.