Ma avveniva che d'improvviso, ricordando d'avere un figlio e di doverne rispondere, Fabiano non si occupasse che di lui. E non era piacevole, quantunque avessero detto a Bruno i maestri e le istitutrici che l'amore paterno e l'amore materno sono due grandi tesori nella vita.

Fabiano voleva troppo dal piccolo, che a sei anni sapeva leggere e scrivere; lo ingozzava di somme e di sottrazioni e di geografia, così che il bambino se ne sognava anche di notte, e aveva più paura delle cinque parti del mondo che del diavolo.

E l'indomani, colto da una tenerezza repente, il papà conduceva Bruno con la carrozza a due cavalli in un immenso parco, per le andàne del quale s'incontravano amazzoni belle, quelle stesse che giuocavano col bambino, e cavalieri, quegli stessi che giuocavano col babbo.

In una grande trattoria elegantissima tra il verde e i fiori, al suono d'una musica invisibile, Fabiano e Brunello si trattenevano a colazione; e tutto il giorno era festa, e la sera il teatro, per lo più un Circo equestre, chiudeva degnamente la giornata faticosa. Bruno era soddisfatto, perchè il babbo era stato sempre con lui e non gli aveva chiesto quali sono le cinque parti del mondo.

Pareva egli stesso un fanciullo, il babbo, in quelle rarissime giornate.

A casa difendeva in lunghe battaglie ordinate i suoi soldatini di piombo contro i soldatini di Bruno, o improvvisava una commediola nel teatrino di marionette; ad ogni scena che gli garbava, Bruno chiedeva immediatamente il bis, e l'autore si sforzava a piacer meno che fosse possibile per non ripetere, una scena dopo l'altra, tutta la rappresentazione. Ma piaceva sempre troppo, al contrario di ciò che avviene nella vita d'ogni giorno.

Quando compariva il Re moro, si faceva l'oscurità nella camera, e alla ribalta bruciavano certi sali in due salierine d'argento che figuravan da tripodi, e tutta la scena era illuminata da vapori azzurri. Poi il Re moro si sentiva male, e cadeva lungo disteso sul palcoscenico. Bruno aspettava il seguito, e non udendo voce, si muoveva dalla sua poltroncina e scopriva che il babbo non c'era più; se n'era andato alla chetichella, e Bruno lo ritrovava nel suo studio a leggere o in salotto a chiacchierare con gli amici.

Il Re moro indicava con la sua morte la fine del dramma; epperò quando lo vedeva apparire, Bruno gridava inquieto:

—Papà, non farlo cadere! Papà, lascialo vivere!

Brevi giorni di gioia, che saranno stati dieci, che saranno stati venti in un anno: gli altri, Bruno se li doveva sbarcare da solo, ora coi domestici, ora con un maestro che insegnava tutto ma non interrogava mai, ora con le donnine del babbo.