Disponeva della propria giornata a piacere, comparendo un po' dovunque e cercando d'esser vicino a suo padre. Qualche volta una ragazza se lo prendeva e se lo conduceva a spasso e a pranzo, e lo faceva dormire in un lettuccio improvvisato, restituendolo a casa dopo due o tre giorni.

Egli tornava e non diceva nulla; lo interrogavano e si sbrigava con poche parole; aveva le sue conoscenze personali qua e là, di cui alterava i nomi a caso e ricordava nella sua disordinata conversazione qualche gesto o abbozzava qualche aneddoto. Le ragazze lo consideravano come un amico discreto e placido, e ne sorridevano, quando non si dilettavano ad aizzarne la bizza sparlando a bella posta del conte, o protestando perchè il Re moro puzzava di vernice.

La vita nella città dei lumi e del fracasso durò un tempo troppo breve per Fabiano e certo troppo lungo per Brunello.

Finì il giorno in cui il Re moro perdette la corona di cartapesta dorata, la quale da qualche tempo gli scivolava sull'occhio sinistro o sul naso, con danno alla sua gravità augusta.

Stanco degli scherzi e dello sfringuellare delle amiche e assordato dall'incrociarsi di conversazioni di cui capiva ormai il linguaggio ma non afferrava tutto il significato, Bruno aveva preso sonno in una poltrona, tenendo il Re moro tra le braccia; e un tintinnìo sul tavolino e qualche fresca risata ne cullarono il riposo.

Quando si destò, gli ospiti erano partiti e la corona di cartapesta rotolata dal capo regale a terra.

Restava il papà, assorto in un pensiero così difficile, che forse non gli lasciava nemmen vedere il suo bambino; e passeggiava in lungo e in largo pel salotto.

Brunello e il Re stettero a guardarlo, fin che il papà, vista la corona a terra, si chinò a raccattarla e la gettò dalla finestra nel giardino.

—Partiamo domani!—annunziò senza volger la testa a Bruno, forse parlando a sè medesimo.

La decisione della partenza sembrava così naturalmente scaturita da quel gesto, che Bruno ne fu sorpreso.