La sera, fece la scena solenne, con la cecità impetuosa di chi si chiude dietro le spalle tutte le porte che possono condurlo a salvazione. Presenti il signor Piero e la signora Delfina, pregò la fanciulla di stendergli la destra; poi con grave lentezza, quasi compiesse un rito, levò dall'astuccio uno stupendo anello, un unico grosso rubino, e lo infilò all'anulare di Gioconda, la quale come trasognata sorrideva, corrugava la fronte, riprendeva a sorridere.

L'anello non aveva alcun significato, spiegò Folco, volgendosi all'uomo e alle due donne; voleva dire soltanto la gratitudine per la dolce intelligentissima collaboratrice.

Che se i signori Dobelli,—e la voce di Folco Filippeschi si fece timida, mentre gli si scoloriva il volto pel batticuore,—avessero voluto vedere in quel dono una speranza, una promessa, un vincolo, egli ne sarebbe stato felice; e allora avrebbe pregato Gioconda di leggere ciò che l'anello diceva nella faccia interna. La fanciulla trasse precipitosamente l'anello dal dito, e quasi con un grido di gioia lesse forte:

«Deux étions et n'avions qu'un coeur».

Il volto del signor Piero si era fatto paonazzo; la signora Delfina pur non comprendendo parola di quel motto, comprendeva il resto; e istupidita dalla sorpresa, pensava se non fosse conveniente abbracciare il conte Filippeschi; Gioconda aveva bianche le labbra; sentiva sui capelli il peso di un diadema di brillanti…. Folco si riebbe più presto degli altri e disse calmo:

—Allora possiamo riprendere il nostro lavoro?… Non verrà più il pellicciaio a cacciarmi?

Il signor Piero si decise a far tre passi, pesanti, e ad afferrare la mano di Folco:

—Dio vi darà la sua benedizione!—dichiarò con sicurezza.

La signora Delfina attrasse fra le braccia sua figlia e singhiozzò leggermente….

Toccò a Folco di nuovo ristabilir la calma e dissipar l'emozione smisurata.