—Lillia è su; aspetta anche lei il suo babbo,—rispose la signora.—Ora la faccio portare,
—O Celso,—esclamò Vittorina Ornavati, che fino a quel punto non aveva perduto nè un gesto nè una parola della scena.—Lascia il tuo stupido libro!… Guarda se non riconosci quel signore?
—Quale?—domandò Celso alzandosi.—Ah, il biondo?… Non l'ho mai veduto….
Vittorina fece un gesto di impazienza.
—Ma sì, ma sì,—disse poi.—Lo hai veduto e gli hai anche parlato. Non rammenti, due anni or sono, nel negozio di maglieria? quel conte che ti ha venduto le calze o le maglie? Il conte Filippeschi, mi sembra…. Tu dicevi che faceva il commesso dovendo lottare con la famiglia e darsi poi all'arte: io dicevo che c'era sotto una donna?… Poi non lo abbiamo visto più: aveva lasciato l'impiego, ci disse il direttore, perchè era entrato in possesso della sua sostanza…. Ed ora, eccolo qui…. Ed ecco la donna che io aveva presentito….
—Vedo, vedo, vedo,—confermò Celso.—È una bella donna; è una bellissima signora.
In quel momento ripassò innanzi a Vittorina Ornavati il ragazzo dalla giubba rossa.
—Giacomo,—chiamò Vittorina.—Chi è quel signore biondo laggiù?
Il ragazzo diede un'occhiata alla coppia che si avviava verso la scala, accompagnata dall'uomo che aveva fatto gli sberleffi innanzi allo specchio.
—Il conte Filippeschi,—rispose poi.