Il disegno di Vittorina Ornavati non era difficile ad attuare.
Pochi giorni di poi, mentre Celso e Vittorina prendono il tè, la piccola Lillia Filippeschi inciampa nel tappeto e cade. La signora Ornavati, la quale sta in agguato, si lancia, rialza la bambina e la riconsegna alla governante. Poi alla contessa accorsa spiega come Lillia non si sia fatta male e come la governante non abbia colpa nel piccolo incidente.
Gioconda scambia alcune parole freddamente cortesi, e tenendosi Lillia stretta Era le braccia, si allontana, dopo un cenno di saluto alla signora premurosa.
Questa ritorna l'indomani per il tè, e chiede a Gioconda il permesso di offrire a Lillia una graziosa bambola, che ha nel didietro un deposito di cioccolatini. A fianco della contessa, è il conte Folco, meno sostenuto di sua moglie, il quale ringrazia; e Celso Ornavati coglie l'occasione per esprimere alcune idee generali sui bambini, mentre Vittorina contempla la novità del cappello che orna la chioma tra bruna e dorata di Gioconda.
La contessa sorride; l'altra incoraggiata, incalza: la stola d'ermellino gettata negligentemente sull'omero sinistro di Gioconda e ricadente sul fianco destro; l'abito d'un color grigio argentato; gli stivaletti alti, sottili, con un infinito numero di bottoncini, son tutti argomenti di cui si vale la signora Ornavati per piacere alla contessa Filippeschi; e non è a dirsi la soddisfazione della prima allorchè scopre ch'ella si serve dello stesso calzolaio, il quale eseguisce le ordinazioni della seconda.
Gioconda, ciò non ostante, non è affatto espansiva. Teme di esser copiata; nulla più la indispettisce che veder riprodotti, imitati e indossati da altri gli abbigliamenti che ella combina per sè con la sua sarta. È gentile e pronta, ma fredda; non dice parola, che non sia voluta dalla cortesia, ma non dice altro.
La conversazione tra il conte Folco e Celso Ornavati va meglio. Parlano di letteratura, di libri, di autori antichi e moderni. Celso innanzi al giovane è sinceramente ammirato: la sua coltura letteraria solida, piena, lo avvince.
—Non se ne meravigli!—-dice Folco a un'esclamazione di Celso.—Mi sono dilettato a frugar nelle biblioteche, principiando da quella di casa mia, che è abbastanza ricca; poi ho avuto per un tempo l'idea di scrivere qualche saggio critico e biografico; uno studio, per esempio, sulla vita e le opere, specialmente sulla vita romanzesca, di François Villon…. Per ciò mi recai a Parigi con Gioconda, mia moglie…. Ma eravamo, si figuri, in viaggio di nozze!… Sono stato a Parigi quattro mesi e ancora oggi non so dove sia la Biblioteca Nazionale.
Celso ammutolisce al nome di François Villon; non ne sa nulla; non ne ha mai udito parlare; ignora assolutamente quando, dove, come, sia vissuto, che abbia fatto, che abbia scritto; la sua ammirazione per Folco Filippeschi cresce a dismisura; per ciò non si accorge che il giovane ride, ma ride amaro, quasi ironico, e che subito si riprende, dopo un'occhiata alla contessa.
Questa non se n'è avveduta. Ha la destra imprigionata nella destra di Vittorina, che guarda ad uno ad uno tutti gli anelli, da un grosso unico rubino a una lunga turchese circondata di brillanti.