A dirgli: che il padre non lo avrebbe per nulla diminuito ne' suoi diritti materiali; sdegnava di costringerlo con mezzi volgari, e pure sospendendogli ogni assegno, lo assicurava che non avrebbe ritoccato il testamento, il quale faceva al giovane larghissima parte nei beni mobili ed immobili di famiglia. Ma Folco riflettesse: sposando quella ragazza, non avrebbe mai più riveduto nè padre, nè madre, nè sorella; questi, dal giorno in cui egli avesse dato nome e titolo di contessa Filippeschi alla predetta Dobelli Gioconda, lo avrebbero pianto per morto.
La maniera generosa e insieme spietata con cui lo trattavano, colpì il giovane assai più che se i suoi si fossero mostrati piccini; lo chiudevano in una rete dalla quale non poteva districarsi, perchè nessuno, poste così le parti del dramma, avrebbe osato dar torto alla famiglia e ragione a lui. Grazie alla bontà liberale del padre, egli sarebbe stato un giorno per tutti il conte Folco Filippeschi, ricco e splendido; soltanto pei suoi, nel concetto segreto, nel giudizio inappellabile del cuore, era o matto o morto. Che rispondere?… Folco rispose ch'egli non poteva diversamente; che la sua era la parola dei Filippeschi, ed egli aveva dato parola.
Il cognato, Corradino Àutari, uom grosso di figura, ma sottile di tatto, aveva compiuto la sua ambasceria senza aggiungere e senza togliere, guardando in alto, intorno, come ripetesse una canzone imparata a memoria. Per suo conto pensava che c'era della esagerazione di qua e di là; che con un ragionevole ritardo da parte di Folco e con un bel gruzzolo alla famiglia di quei Dobelli, tutto si sarebbe accomodato. Ma erano idee sue; vedeva il padre e il figlio irremovibili; la testardaggine era il difetto di casa Filippeschi. E se ne andò pacifico com'era venuto.
Di tutto questo, Folco mise a ragguaglio la nuova contessa.
Ella lo ascoltava quasi con devozione, sempre, parlasse egli di casi della vita, o di arte, o di studi, o scherzasse. Pianse per lui, lo accarezzò, disse che amare era una grande sventura, che a lei si negava il conforto dell'affetto largito pure alle bestie.
Folco non poteva vedere il caro volto inondato di lagrime, i magnifici occhi velati, la soave bocca rattratta dal singhiozzo.
Aveva pensato più volte che sarebbe stato prudente non andare a Parigi, poichè l'assegno di casa gli veniva a mancare, e una trentina di migliaia di lire delle quali poteva ancora disporre sarebbero presto sfumate; Gioconda alla quale aveva confidato il savio proposito dopo il colloquio con Corradino Àutari, s'era mostrata subito contenta; rinunziava a Parigi ben volentieri, se la rinunzia poteva assicurare un po' di pace al suo Folco.
Ma questi, vedutala poi afflitta più giorni per le acerbe dichiarazioni dei Filippeschi, non aveva saputo tener fermo. Gli pareva di dovere egli darle qualche gioia, almeno una piccola soddisfazione di vanità femminile. Il matrimonio non poteva per lei esser tutto nell'accogliere le carezze del marito e nel cambiar di casa.
Non deve Folco, d'altra parte, continuare i suoi studi e compiere le ricerche alla Biblioteca Nazionale?
Per ciò insiste, prega, ottiene che la contessa muti ella pure d'avviso.