È così stabilito. Ella si dà subito a preparare il corredo pel viaggio; e canta, gaia, con gli occhi ardenti di piacere come il giorno in cui Folco le ha messo nel dito l'anello di rubino.

Un pomeriggio, tornando dalla passeggiata, Folco trova in anticamera parecchie grandi scatole sulla cassapanca, e seduti due ragazzi che le hanno portate. La cameriera gli spiega che la signora contessa ha mandato a chiedere del pellicciaio.

—Bene, bene!—disse Folco.

Oltrepassata la soglia del salottino, vede Gioconda, la quale prova innanzi allo specchio una giacca di martora. Sono, tutt'intorno, sulle poltrone, sulla tavola, a terra, molte altre pelliccie irsute, aggomitolate a guisa di belve, che mescolano forme e colori, bigio, nero, bianco, rosso di fuoco, argento, su cui la seta delle fodere mette riflessi di metallo.

Gioconda va speditamente incontro a Folco.

—Sto cercando—annuncia con un sorriso—qualche cosa che mi si adatti: una giacca o una stola. Che preferisci?

—Allora giungo a proposito?—Interroga Folco, allegro.

—Mandato dal cielo, amore mio, per consigliarmi….

Ma il conte ammutolisce d'un subito.

Da un angolo del salotto, dov'era curvo a disporre la roba già vista, si leva e si avanza con parecchi goffi inchini, il pellicciaio. È Carlo Albèri, il giovanotto impomatato, quel Carlo Albèri che ha negozio presso la casa dei Dobelli, voltato il canto, a sinistra; quella specie di pupazzo dal volto roseo e dal sorriso meccanico, che voleva sposare Gioconda.