E alzandosi, andò alla finestra a guardare il lago, placido nel suo denso color di cobalto.

Clarice intuì ch'egli era caduto di nuovo in preda al dolore e ai ricordi, e non volendo riuscire importuna, si studiò di lavorar presto, senza chiasso, ma con precisione. Riempito un baule, passò nella camera da letto, raccolse le spazzole, i pettini, le fiale, tutti i preziosi gingilli ch'eran rimasti sul cassettone e ne fece un imballaggio accurato; poi guardò gli altri bauli, accomodò quelli ch'erano in disordine.

E mentre, sudando e soffiando, faticava con tanto entusiasmo e con sì accorta discrezione, pensava che alla sua non più giovane età — ella non confessava gli anni nemmeno a se stessa — aveva finalmente il conforto d'esser compresa. Prima Loredana, poi il conte, uno dei più nobili patrizii veneziani, riconoscevano in lei la donna saggia, prudente, fidata; e, oltre la soddisfazione di quella tarda vittoria, ella gustava la voluttà di vivere in pieno romanzo, tra una tempesta di passione, della quale sentiva la rossa fiamma, sognava i vaghi episodii.

La voce di Filippo, che le risonava alle spalle, la fece trasalire.

— Io credeva di trovarla qui, — egli disse, pensando a Loredana. — Il suo telegramma non era chiaro. Se lo ricorda?

— Io non l'ho letto, signor conte, — dichiarò Clarice con solennità. — Ho eseguito l'incarico affidatomi, e mi sarebbe parsa indiscrezione riprovevole gettar l'occhio sul....

— Bene, — interruppe Filippo. — Diceva: « Un addio prima di partire ». Credevo d'arrivare in tempo. Ah se non ci fosse stato di mezzo Candriani con quella sua stupida compagnia e quella gita, e quel pranzo! Ma non è possibile finirla così.... Che cosa devo fare, che cosa devo fare?

Clarice Teobaldi, udendo parlare di Candriani, di compagnia, di gite e di pranzi, ebbe la vertiginosa impressione di trovarsi già a piene vele nell'oceano della grande società; e sedette, si asciugò la fronte con la pezzuola, ripetè guardando per terra:

— Che cosa dobbiamo fare?