— Ah, bisogna ch'io riveda quella mia fantolina! — esclamò Clarice, quantunque avesse la bocca piena. — Andrò a trovarla, andrò ad abbracciarla. Non l'ho mai dimenticata un'ora, in tutto questo tempo. Così bella, così buona, quella creatura di Dio.... Grazie!

Filippo le versava una seconda tazza dì tè, qualche goccia di latte, e le porgeva il canestro argenteo coi biscottini.

— Grazie. Bisogna ch'io la riveda, e che le parli.

Bevve alcuni sorsi, e, incoraggiata dalla simpatia che risvegliava nell'animo di Filippo rievocandogli l'amante perduta, Clarice riprese:

— Ma le pare, conte, che le cose possano andare avanti a questo modo? Lei non osa avvicinarla, per colpa della madre; Loredana non osa chiamarlo; e intanto vivono infelici l'uno e l'altra, mentre son fatti per intendersi, e si adorano.... Sono certa che io ho una missione, in questo dramma; sento che potrò riavvicinare due anime, due destini, due cuori. Ho certamente una missione; io non m'inganno! È stata Loredana stessa che mi ha chiamata a parte, quella sera, quella sera del telegramma, e mi ha additato ciò che dovevo fare. Sera fatidica!...

Filippo non avrebbe mai pensato che due tazze di tè potessero ubbriacare la buona donna, meglio che due coppe di sciampagna; ed esitando rispose:

— Vuole? Vuole parlare a Loredana? Le dica, allora....

Ma si tacque, non parendogli di poterla trattare, di punto in bianco, da ambasciatrice in un'impresa così delicatamente intima.

La Teobaldi diede fondo alla tazza, mangiò ancora un paio di biscottini.

— Sono baicoli, specialità di Venezia, non è vero?