II.

Dopo la notte trascorsa da Loredana al palazzo Vagli, Filippo aveva trovato e arredato l'appartamento sulle Zattere, di fronte al largo e torpido Canale della Giudecca; aveva persuaso con molta facilità del resto, la signora Clarice Teobaldi a lasciar Verona e ad allogarsi nell'appartamento; di poi era toccato alla Teobaldi, nelle frequentissime sue visite, a persuader Loredana, che combatteva tra il desiderio di raggiungere finalmente Filippo e la crudele necessità di dar nuovo dolore alla mamma.

Loredana s'era decisa un giorno in cui Adolfo Gianella l'aveva affrontata in istrada, dichiarandole di volerla accompagnare per vedere se mai andasse dal conte. L'insolenza del giovane l'aveva così esaltata che quel pomeriggio medesimo, invece di tornare a casa, aveva raggiunto Clarice Teobaldi, e alla mamma aveva scritto ch'era a Venezia, ch'ella non temesse, ma che ormai « il suo destino la chiamava ».

Così Clarice era diventata la dama di compagnia di Loredana; e Loredana l'amante, alla faccia del sole, di Filippo. Egli volle festeggiar l'avvenimento con un piccolo viaggio, e partirono i due innamorati per i laghi lombardi, lasciando Clarice a Venezia.

La dama di compagnia, altera del suo nuovo e delicato ufficio, aveva rinunziato agli abbigliamenti vistosi; vestiva sempre di nero, ma con quel suo vezzo di indossare abiti troppo corti, che le lasciavano scoperto tutto il piede, sembrava da lontano un vecchio merlo.

Quando Loredana e Filippo tornarono, ella potè annunziare che la signora Emma era stata due volte a cercar della sua Lori, e che non si lagnava più, e che aveva piegato il capo, anche lei, sotto quella raffica di passione. La signora Emma, travolta dal furore altrui e dalla debolezza propria, la quale pareva esser cresciuta dopo l'unico atto energico da lei compiuto a Sirmione, aveva veramente abbandonato le redini, non sperando ormai che nella onestà di Filippo, nella saggezza di Loredana, in qualche lontano avvenimento tuttavia incomprensibile.

La sua Lori andava a trovarla spesso, in quella casetta bianca sul campiello muto, dalla quale i pettegolezzi ostinati e i fatti veri avevano allontanato amici e conoscenze, cosicchè la signora Emma viveva ora quieta e sola, abbandonata e placida. Qualche volta Lori si fermava a colazione o a pranzo; e mai le due donne non parlavano del conte; bensì, era in tutto l'atteggiamento della fanciulla verso la madre una premura nuova, un'affettuosità timorosa, che parevan chiedere continuamente il perdono nel silenzio; e quel perdono era già nel riserbo della signora Emma, che non aveva più detto parola dei suoi presentimenti.

Loredana traversava allora un periodo di selvaggia e franca voluttà. Filippo era l'amore, e l'amore l'inebbriava, come se il calore di quel principio d'autunno avesse bruciato le vene di lei, moltiplicandone il desiderio e i capricci notturni e diurni. Il suo corpo bianco finemente venato, i seni duri dai capezzoli che ricordavan le fragole odorose, il ventre piccolo chiaro come ambra, le gambe dai bei ginocchi e dalle cosce muscolose, — splendevan la notte sotto i baci di Filippo, tra i veli della zanzariera, che chiudevan gli amanti come nell'onda azzurra e dolce d'un acquario.

Al ritorno dall'escursione dai laghi lombardi, Filippo chiamava Loredana « la viperetta » ed ella sorrideva misteriosamente. Quel che di più gaio, di più sano e di più forte era nella sua anima veneziana, sfolgorava nella passione libera, così che nessun dono era per la giovane premio più ambito che un'ora di baci e di carezze.