Strinse la mano pure a Filippo, con un breve sorriso.
Sul volto di Roberto s'era diffusa una espressione di compiacimento quasi fanciullesco, alle parole di Umberto; e il vecchio restò a guardare il Re che s'allontanava con Margherita, stretti intorno dagli alti funzionarii.
Filippo gli domandò:
— Sei soddisfatto? Umberto è stato molto gentile con te.
— Molto, molto! — esclamò il vecchio con gioia. — Non potevo desiderare di più. È stato troppo buono, e mi ha confuso. Per quattro sciabolate!... In verità mi rammarico del poco che ho potuto fare!... Quattro sciabolate! Ma se torno daccapo....
S'interruppe e si mise a ridere.
— Oggi mi son fitto in testa di far la guerra, — disse poi. — Si vede che ho la febbre. Ma ti assicuro che farei meglio, farei pazzie!...
Drizzò la bella persona, quasi imaginando di rotear la sciabola contro un nemico invisibile; ed era in quella sua fantasia così fiero e deciso, che Filippo lo guardò ammirato.
Risonava il terreno per un galoppo sordo e continuo; la folla sterminata correva a veder la partenza dei Sovrani, a prender d'assalto i treni; e spinta innanzi dalla curiosità e dalla fretta, innalzava un convocìo incessante che a poco a poco diventava un urlo rauco, quasi il soffio di una procella vicina.
Più volte Roberto e Filippo vennero urtati; ma essi procedevano adagio e in silenzio, ciascuno abbandonato all'onda dei proprii pensieri, i quali eran tanto dissimili che si sarebbe detto i due uomini appartenessero a due mondi piuttosto che a due epoche diverse.