— E si deve chiamar Loredana! — seguitò Roberto, quasi parlando tra di sè. — Una volta si era più guardinghi nella scelta dei nomi, e si rispettavano quelli che il patriziato rendeva famosi....
— Oggi non si rispetta più nulla, — osservò Filippo con lieve canzonatura.
— Tu giudichi queste cose con troppa leggerezza, — disse il conte Roberto. — Sei molto cambiato da qualche tempo, e non hai più le nostre idee....
— Quali idee?
— Le idee della nostra classe. Ogni classe sociale deve avere le sue idee e difenderle, — sentenziò il vecchio. — Ne ha il popolo, ne ha la borghesia, ne ha l'aristocrazia, e dal conflitto nasce la vita, sorge il progresso. Quando una classe rinunzia alle sue idee e non le difende o comincia a dubitarne, è perduta. Mi dispiace sempre vedere che i giovani moderni ridono d'ogni cosa; noi eravamo assurdi, forse, eravamo troppo rigidi, ma abbiamo difeso il tesoro d'idee lasciatoci dai vecchi, e abbiamo ritardato il trionfo dell'anarchia.
— Che c'entra tutto questo con Loredana? — chiese Filippo.
I due uomini passeggiavano in lungo e in largo per la Piazza deserta a quell'ora; la Basilica aveva alla sommità, tra gli archi, le cupole, le croci bizantine, ancora qualche pallido sprazzo d'oro; e dalle Procuratie prorompeva qua e là, in diversi toni di giallo sul grigio, la luce dei caffè aperti. Così spopolata, con le infinite finestre delle Procuratie, tutte chiuse, la Piazza sembrava immensa.
— Tua madre ha ragione, — dichiarò il conte Roberto, per tornare all'argomento. — Ella vorrebbe che tu sposassi quella piccola Giselda, la Fioresi....
— Ma se non mi piace! — esclamò Filippo.
— Non ti piace, non ti piace!... È impossibile che non ti piaccia; una ragazza come la Fioresi deve piacere a un uomo di buon gusto. Bella, educazione squisita, intelligenza pronta, nome, titolo, patrimonio sicuri, ecco la vera contessa Vagli di domani. Io ne sarei contentissimo, per te e per tua madre.... E sai che cosa vuol dire far contento lo zio?