— È di modesta nascita? — riprese lo zio.
— Di modestissima nascita. Con una madre che l'adora, e che è troppo debole, troppo ingenua, troppo facile a credere, la poveretta si sarebbe perduta....
Il conte Roberto interruppe passandosi la mano tra i capelli bianchi, con un gesto di comico stupore.
— E tu la salvi, — disse poi, — menandola a passeggio sul lago di Garda?
— Chi sa? — rispose ancora brevemente Filippo.
Il direttore dell'albergo ricomparve e i due uomini tacquero.
— Buona, la vostra cena, — gli disse il conte Roberto. — Ma il Bardolino non aveva un bel colore. E poi dovete cambiar posto alle scuderie: il puzzo di lettiera e di fieno vi ammorba tutto l'albergo.
— Il signor conte ha ragione, — assentì il direttore. — Vedremo più tardi!
— Vedrà più tardi, anche lui! — borbottò Roberto fra i denti.
Si alzò da tavola e s'appoggiò al braccio di Filippo ch'era rimasto pensieroso innanzi al vecchio. Il conte Roberto era più alto e più tarchiato del nipote; Filippo aveva statura media, capelli neri e lisci; gli occhi chiari dallo sguardo rapido e vivo dicevano un'anima irrequieta e audace; ma il colorito del volto che intorno agli occhi pareva quasi grigio e certe rughe sottili ricordavano una vita di tempeste e di disordini. L'uomo di sessant'anni, col volto acceso e i capelli bianchissimi, dava più grata impressione di freschezza, o avesse goduto e sofferto meno, o avesse sortito una tempra meno sensibile.