— Mi dispiace per Berto, — soggiunse il conte. — Gli è toccato un colpo crudele, ma non potevo misurarlo. Del resto, la lezione gli insegnerà a tener la lingua tra i denti.... e a rispettar l'amicizia.
Filippo non s'era ingannato, prevedendo che il duello avrebbe fatto chiasso. Per tutto il giorno dovette ricevere amici nel suo studio, i quali venivano ad assicurarsi che non era gravemente ferito. In città il fracasso era enorme, e quelli che ne sapevano meno erano i più esatti e più sicuri nel raccontar particolari.
Non si trattava del solito pettegolezzo, qualche volta campato interamente in aria, sempre mormorato con grazia; era un'onda di ciarle e di commenti fragorosi che dilagava per tutto, nei caffè, nei teatri, nei salotti.
L'aristocrazia veneziana, la quale conta forse i nomi più classici del mondo, s'angustiò per quell'incidente di cui si sapevano anche le cause, perchè il pretesto del diverbio non aveva ingannato nessuno. Da anni a Venezia non avvenivano duelli se non tra giornalisti; una cordialità simpatica legava i signori l'uno all'altro, e la più squisita cortesia presiedeva ai loro convegni, tanto che al momento di trovare i padrini, Filippo e Berto avevano incontrato non poche difficoltà, perchè gli amici di quello erano amici di questo; Filippo aveva scelto due ufficiali di marina giunti da poco a Venezia, e Berto due ufficiali di cavalleria che stavano a Padova.
Il conte Roberto e la contessa Bianca furono costernati all'annunzio; nè l'uno nè l'altra avrebbero imaginato che Filippo giungesse a tanto per la « monella »; e l'uno e l'altra, d'intesa, fecero comprendere la loro riprovazione ostentando di non voler parlare dell'accaduto e trascurando di chiedere notizie del nipote e del figlio.
Era lo scandalo; lo scandalo aperto, irrimediabile, gigantesco; perchè sapendo che Filippo si era battuto per una donna, e non già per la politica come voleva dare a intendere, nessuno pensava che questa donna non l'avesse tradito, ch'egli non l'avesse sorpresa fra le braccia del Candriani, ch'egli insomma non avesse fatto una brutta figura. Il nome di Loredana correva per le strade, e la curiosità interribiliva.
Loredana! Chi era? Dove l'aveva trovata? Che cosa faceva prima di darsi al conte? Era quella del bagno di latte e delle fragole? Ah era quella! Allora la medesima che una sera al teatro Goldoni civettava col Candriani; che sfrontata! Mantenuta dell'uno, andava a teatro con l'altro! Filippo spendeva un patrimonio per coprirla di seta e di gioielli ed essa lo ricompensava a questa maniera; la colpa era di Filippo, che doveva aver perduto la testa. Chi l'avrebbe detto, lui così pronto una volta a cambiar d'amanti, così garbato e accorto, così scettico ed egoista! È proprio vero che il gatto, all'ultimo, vi lascia lo zampino; Filippo doveva essere invecchiato; questo amore aveva tutta la goffaggine d'una passione senile.
Non parliamo del Candriani, tanto ben ricompensato della sua amicizia; per poco Filippo non gli aveva portato via naso, orecchia e labbra in un colpo solo; ad ogni modo il povero Berto rimaneva sfigurato per sempre; la cicatrice era spaventosa; venti punti di sutura; ma che venti? trenta, o quaranta; un macello.... E intanto Filippo s'era giuocato per quella donna l'eredità dello zio, una diecina di milioni; lo zio l'aveva avvertito più volte, l'aveva pregato e scongiurato, e finalmente aveva perduto la pazienza. Chi poteva dargli torto? Era un vecchio onesto e semplice, che non voleva pasticci in famiglia.... E quell'altra, la madre, la contessa Bianca, quale conforto aveva dal figliuolo, ch'ella voleva accasare! S'era trattato di matrimonio con la contessina Cafiero; no, con la Fioresi, una ragazza che gli avrebbe portato, anche lei, una diecina di milioni; ma Filippo aveva mandato all'aria ogni cosa; e in tal modo, dieci della fidanzata e dieci dello zio, erano ormai venti milioni sfumati.
Qualcuno osava una parola in difesa di Filippo, ma era peggio.... Come difenderlo? Figurarsi: permetteva che la sua mantenuta si facesse chiamare contessa Vagli; in tutti i negozii di Venezia, per contessa Vagli s'intendeva non già la veneranda contessa Bianca, ma quella ragazza; e una volta la contessa Bianca s'era vista portare a palazzo una scatola di trine e piume, ch'eran destinate all'altra; anzi più volte i fornitori sbagliavano, e mandavano da pagare alla contessa Bianca le note della ragazza. Una commedia, una farsaccia, permessa, voluta da Filippo, che neanche rispettava più il nome della famiglia.... Come si poteva difenderlo?... Tutti a questo mondo han fatto le loro; a tutti piacciono le donne; ma c'è maniera e maniera. Un avvocato diceva: « Nisi caste saltem caute »; il buon gusto, la decenza, non si devono mai offendere; e da gente, poi, che ha obblighi sociali e dovrebbe dar l'esempio.... Se così faceva un patrizio veneto, si poteva imaginare che cosa avrebbe fatto qualche povero diavolo, un facchino della Marittima, un plebeo....
E a proposito di plebei, che cosa era quella sua amante? La chiamava Loredana, lui, per rialzarla; ma veniva dal basso, era uno scialletto, nè più nè meno che un'infilatrice di perle a Castello; pensate che educazione poteva avere e che linguaggio; ma faceva ogni giorno un bagno nel latte. È per questo che la dicevano tanto caritatevole; distribuiva ai poveri il latte che le era servito pel bagno. Quanto alla bellezza, poi, a Venezia se ne potevan trovare mille, diecimila più belle; bastava guardarsi intorno, e giusto a Castello e a Cannaregio v'eran certi musetti, si vedevan certi occhi e certe capigliature; la Resi, per esempio, e la Nana, e quell'altra, quella bionda, la Màlgari; e nessuno si pensava di portarsele a casa, di rinunziare a venti milioni, di chiamarle contesse, e di metterle in conserva nel latte. Ci voleva proprio un patrizio, e un patrizio come Filippo, per queste minchionerie!