Filippo rimase schiacciato sotto quella valanga. Caldo per ira e per gelosia, aveva provocato Berto, senza prevedere che la responsabilità dell'avvenimento sarebbe andata a battere contro Loredana, la quale ne usciva compromessa irrimediabilmente; e compromettere una donna era per Filippo azione così vigliacca e stupida, ch'egli spasimava d'esserci involontariamente incappato. Tutto il fango della strada, l'ira degli uomini, l'invidia delle femmine, si sollevava e ricadeva sull'amante sua.

Era una cosa spaurevole. Fra gli amici venuti in quei giorni a trovar Filippo fu il conte Alvise Priùli, un vecchio d'oltre sessant'anni, dalla vita cristallina, maestro di cortesie, oracolo in materie cavalleresche, franco nel parlare.

— Ti sei cacciato in un ginepraio, — egli disse a Filippo. — Perchè non consigliarti con qualcuno, prima di agire?... A provocare e a battersi v'è sempre tempo. E tu sai che quando c'è di mezzo una donna, chiunque ella sia, un gentiluomo deve evitare duelli e scenate fin che gli è possibile....

Filippo, col braccio al collo, passeggiava nervosamente per lo studio, angusto alla sua furia. Si arrestò innanzi al vecchio che aveva candidi capelli e faccia rosea:

— Che cosa dicono? — chiese avidamente.

Il conte Alvise fece un gesto desolato.

— Un disastro, — rispose. — Tutto quello che puoi imaginare di più antipatico, di più losco, di più sciocco; è una vera orgia di contumelie....

— Contro di me?

— Contro di te, e contro la signora, voglio dire la signorina, insomma la tua amica.

— Per esempio? — incalzò Filippo.