E non osando aggiungere particolari, la signora Teobaldi mormorò con enfasi:

— È un « tradimento proditorio » del destino!


XV.

In quel crocchio di gentiluomini vecchi e giovani che s'eran recati da Berto Candriani a chiacchierare, a bere, a giuocare, abitudine presa durante i primi giorni dopo il duello e seguitata poi per tacito consenso di tutti, il conte Nino d'Este parlava di donne.

Egli stava quasi sdraiato in una larga poltrona di cuoio scuro e morbido, le lunghe gambe distese sotto la tavola, su cui disseminati piccoli bicchieri, svelte fiale di liquore, scatole di sigari e di sigarette, portaceneri di bronzo e d'argento. Nel mezzo era un tripode alto, che avrebbe dovuto vaporare essenze e che Berto invece aveva coronato con una larga ciotola di Murano dal bel colore turchino, dalla quale traboccavan fiori pallidamente rosei.

Nuvole e nuvolette di fumo ondulavan nell'aria, dandole una lieve trasparenza azzurrognola entro la quale come velati apparivano i volti degli amici.

— Ho visto ieri il capitano De Sirti con una brutta signora, — disse Nino d'Este. — Ma brutta assai....

— « Faute de grives », — osservò Paolino Berlendi. — Mancanza, di tordi; e quando non ci sono i tordi, si pigliano i passeri....

Egli era tornato recentemente da Parigi e non aveva ancora smessa l'abitudine d'intercalar frasi galliche al suo discorso. Asciutto di forme, col mento breve, i mustacchi biondi, i capelli scuri, il colorito acceso, Paolino Berlendi dava impressione d'un giovane energico e attivo; possedeva infatti un'anima risoluta, ma stava sfogando l'esuberanza giovanile in occupazioni tutte intime, alla caccia di donne; più tardi, secondo ciò che andava raccontando, si sarebbe dato all'agricoltura.